Diritti dei migranti e antirazzismo

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Migranti, la vergogna del Centro di Via Corelli

Originariamente pubblicato in «La Città Invisibile», periodico online a cura di «perUnaltracittà, laboratorio politico di Firenze», n. 207, 21 Dicembre 2023

Abbiamo già parlato, in questo stesso giornale, dei Centri per il Rimpatrio o Cpr, dove vengono trattenuti i migranti irregolari in attesa di espulsione. E ci siamo soffermati a lungo sulla natura «problematica» (per usare un tenue eufemismo) di questi «centri»: che sono a tutti gli effetti luoghi di detenzione, in cui però vengono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato. Strutture opache, estranee al normale circuito penitenziario e – soprattutto – contrarie ai principi più elementari di uno stato di diritto, i Cpr non possono che produrre abusi e violazioni sistematiche della dignità umana.

Ne è arrivata una conferma – l’ennesima – proprio in questi giorni, quando si è appreso che la Procura di Milano ha ordinato il sequestro del ramo d’azienda della Martinina Srl, la società che gestisce il Cpr di via Corelli, nel capoluogo lombardo. L’inchiesta, condotta dai procuratori Paolo Storari e Giovanna Cavalleri, ha fatto emergere gravi irregolarità nella gestione del centro, nell’erogazione del cibo e nel trattamento dei cittadini stranieri detenuti. L’intervento della magistratura, però, non sarebbe stato possibile senza il lavoro certosino di ricerca, documentazione e denuncia svolto nei mesi precedenti da alcune associazioni e realtà antirazziste, in particolare dal Naga, dall’Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e dalla Rete No Cpr. Sarà bene dunque riavvolgere il nastro e raccontare tutta questa storia dall’inizio.

Le inchieste delle associazioni e del Garante

Le condizioni indegne in cui versa la struttura di Via Corelli sono note ormai da diversi anni. Nel 2021, per esempio, la magistratura milanese era intervenuta – su ricorso presentato dai legali dell’Asgi – per vietare all’ente gestore il sequestro dei telefoni cellulari dei detenuti (una prassi contraria alla legge, ma abituale in quasi tutti i Cpr): con una ordinanza del 15 Marzo, i giudici avevano ribadito che gli stranieri «ospiti» non dovevano essere privati della libertà di comunicare con l’esterno. L’anno dopo, l’Asgi aveva pubblicato un lungo rapporto sulle condizioni del Centro, evidenziando gravi criticità: assistenza sanitaria insufficiente, visite mediche superficiali, mancato ricambio della biancheria e degli abiti, assenza di un servizio di mediazione linguistica.

Sollecitato da queste denunce, il «Garante dei diritti delle persone private della libertà personale» – l’autorità di vigilanza sulle carceri, istituita dalla legge 146 del 2013 – ha effettuato nel Febbraio 2023 una visita ispettiva nella struttura di Via Corelli. Nel rapporto pubblicato al termine della visita, il Garante ha segnalato problemi analoghi a quelli già evidenziati dall’Asgi: i detenuti erano costretti a dormire su materassi di gommapiuma usati e sporchi, i bagni erano privi di porte, l’assistenza sanitaria gravemente insufficiente. Nell’Ottobre di quest’anno è uscito poi il secondo rapporto dell’Asgi che, sulla base delle carenze già riscontrate dal Garante, chiedeva alla Prefettura di sanzionare l’ente gestore, revocando l’aggiudicazione dell’appalto per gravi violazioni degli obblighi contrattuali.

Dal «buco della serratura». Il rapporto del Naga

Ma l’attività di monitoraggio più ampia e dettagliata è stata promossa dal Naga, storica associazione milanese impegnata nella tutela dei diritti dei migranti. Dopo aver raccolto dati, testimonianze, cartelle cliniche e documenti di ogni tipo, e dopo aver effettuato diversi sopralluoghi nel Centro di Via Corelli – al termine, dunque, di una intensa «osservazione dal buco della serratura», come dicono gli attivisti dell’associazione – il Naga ha prodotto un dossier di più di duecento pagine, da cui emergono situazioni ancor più gravi rispetto a quelle constatate dal Garante.

Il punto forse più critico riguarda l’assistenza sanitaria e la tutela della salute delle persone trattenute. Il rapporto dimostra che le visite mediche preliminari – quelle che in teoria dovrebbero accertare l’idoneità al trattenimento – sono svolte in modo sommario, quasi sempre in presenza di poliziotti in divisa, e con semplici colloqui (cioè senza strumenti diagnostici né analisi di approfondimento). Le cose vanno ancor peggio nella seconda visita, quella immediatamente successiva all’ingresso nella struttura: «i neo arrivati», si legge nel Report del Naga, «vengono obbligati a fare flessioni per espellere eventuali oggetti nascosti nell’ano. Un trattamento umiliante dalla dubbia utilità pratica, stigmatizzato in infinite occasioni dai tribunali (…). Una volta spogliati della loro umanità, ai trattenuti viene assegnato un numero identificativo: il numero con il quale saranno chiamati, da allora, fino al giorno in cui usciranno di là, segnati per sempre. Senza voler scadere nella retorica o in scomodi collegamenti con il passato, evidentemente non così passato, lasciamo a chi legge ogni considerazione al riguardo».

Nel centro si fa un uso improprio degli psicofarmaci, che vengono somministrati in modo indiscriminato per evitare proteste e rivolte: gli «ospiti» vivono in uno stato di continua sedazione, che li spinge a dormire tutta la giornata.

I «moduli abitativi» – cioè le stanze dove dormono i detenuti – sono allestiti in modo da non garantire in alcun modo la privacy delle persone accolte. Gli ambienti sono gelidi in inverno e roventi in estate, le lenzuola sono di carta, spesso manca l’acqua calda nei bagni, e gli stranieri non dispongono di ricambi del vestiario. Il cibo arriva maleodorante e già scaduto, spesso i piatti sono pieni di vermi, e i migranti sono costretti a mangiare seduti su sedie di metallo inchiodate a terra.

Le cose non vanno meglio nelle aree comuni, quelle destinate alla socialità: «All’interno del CPR, il nulla totale», si legge ancora nel report. «Nessuna attività ricreativa, per quanto queste possano alleviare l’obbrobrio umano e giuridico di questo luogo: nessun libro da leggere, solo una Tv dietro una gabbia, posta in alto in un angolo della sala mensa (…). È vietato tenere penne e carta: le prime possono essere ingerite e la seconda adoperata per appiccare incendi. Questa è la giustificazione del gestore (…). Le attività ricreative, da capitolato, dovrebbero essere organizzate all’interno del CPR. Dovrebbe esserci una lista delle attività settimanali, esposta e accessibile. Così non è, malgrado l’Ente Gestore abbia vinto il bando anche grazie all’offerta di fantomatiche attività sportive e ricreative».

I rimpatri sono effettuati senza preavviso, spesso con abusi e violenze fisiche. «Arrivano di notte, i poliziotti, a immobilizzare il trattenuto con la forza, spesso mentre dorme. Oppure usano l’inganno. Mentono dicendo al trattenuto che deve andare in infermeria per una qualche terapia, e quando esce dalla cella di sua volontà gli si avventano addosso e lo infilano con la forza in qualche camionetta blindata, diretto in aeroporto, puntualmente legato (in violazione delle raccomandazioni del Garante Nazionale e delle convenzioni internazionali) (…). Le notizie che trapelano dal Cpr di Milano parlano anche di super iniezioni di valium applicate a trattenuti agitati, in fase di rimpatrio o durante il trasferimento in altri Cpr».

Dai mancati controlli della Prefettura all’inchiesta giudiziaria

Di fronte ad accuse così dettagliate e circostanziate la Prefettura, in quanto stazione appaltante responsabile del Centro, avrebbe dovuto intervenire. Dalle carte risulta in effetti che i funzionari prefettizi erano ben consapevoli di quanto stava accadendo, tanto che avevano inflitto una maxi-multa alla Martinina Srl, l’ente gestore del Cpr di Via Corelli. Tuttavia, il 13 Novembre scorso – proprio mentre irrogava la sanzione per gravi inadempimenti contrattuali – la Prefettura disponeva il rinnovo del contratto alla stessa Martinina per tutto l’anno 2024: una scelta irresponsabile e incomprensibile.

Agli inizi di Dicembre, come si accennava, è partita l’inchiesta giudiziaria coordinata dai Pm milanesi Paolo Storari e Giovanna Cavalleri. E dalle carte della Procura sono spuntate nuove rivelazioni. Una ex operatrice della Martinina srl, per esempio, ha raccontato numerosi abusi nella gestione quotidiana del centro: «Ricordo una volta che, poiché erano avanzate delle vaschette di pasta, erano state offerte a noi dipendenti. A me sembrava pasta con il gorgonzola, in quanto aveva un odore rancido, poi mi sono accorta invece che era pasta con le zucchine andata a male. Ho cercato di evitare che venisse mangiata dai trattenuti, ma non sono arrivata in tempo, 40 persone hanno avuto un’intossicazione alimentare. Quasi tutti i giorni il cibo era scaduto o avariato» (citato in Il Manifesto, 15 Dicembre 2023).

Via Corelli, dove tutto è cominciato

Di fronte a fatti così gravi, è difficile non ricordare che quello di Via Corelli è stato uno dei primi «Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza» (così si chiamavano in origine i Cpr) allestiti sul suolo italiano: venne aperto nel lontano 1999, subito dopo l’approvazione della legge Turco-Napolitano, e fu sin dall’inizio oggetto di inchieste giornalistiche e di denunce della società civile.

Il 19 Gennaio 2000 Fabrizio Gatti, un giornalista che all’epoca lavorava per il Corriere della Sera, pubblicò un ampio reportage sulle condizioni inumane in cui erano trattenuti i migranti in Via Corelli. Gatti si era fatto passare per cittadino rumeno (all’epoca la Romania non faceva ancora parte della Ue, e i rumeni erano ancora «extracomunitari» passibili di espulsione), e si era fatto internare proprio nel centro di detenzione del capoluogo lombardo.

L’inchiesta di Gatti risale a venti anni fa, ma molte cose sono simili a quelle di oggi: «I pasti, precotti, sono serviti in contenitori di plastica scaldati in un forno elettrico. La puzza di urina è come uno schiaffo. Colpa di chi ha progettato i container: la latrina è talmente piccola che per chiudere la porta bisogna mettere i piedi dentro la turca. Quando si esce, le suole distribuiscono sul pavimento il liquame raccolto. Anche perché questi container li hanno sì presi dalle zone terremotate: ma da quelle dell’Irpinia, 20 anni fa, come indicano le etichette sopra gli ingressi (…). Si passeggia su e giù come i leoni nello zoo. La grande gabbia è lunga 135 passi e larga 70 (…). Due dei tre telefoni a scheda non funzionano. Il distributore di schede telefoniche è fuori servizio e anche quello delle monete»

In venti anni, la realtà di Via Corelli è diventata sempre più inumana, sempre più degradante, sempre più costosa per l’erario e per i contribuenti. In venti anni le cose sono solo peggiorate, sia con i governi di centro-sinistra che con quelli di centro-destra. Dal nostro punto di vista, è l’ennesima dimostrazione di come i Cpr non si possano riformare, migliorare o «umanizzare». La soluzione migliore – per i migranti, e per la tenuta della nostra democrazia – è una sola: chiuderli. Tutti.

Sergio Bontempelli

Migranti: cosa sono i CPR, e perché vanno chiusi per sempre

Articolo pubblicato in «La Città Invisibile», periodico online a cura di «perUnaltracittà, laboratorio politico di Firenze», n. 193, 21 Aprile 2023

 

 

E dunque ci risiamo. Dopo anni nei quali il tema sembrava caduto nel dimenticatoio, si torna a parlare di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) da aprire anche in Toscana. A dire il vero, la questione aveva già fatto capolino nel Dicembre scorso, quando il Prefetto di Firenze aveva dichiarato che la presenza di un CPR avrebbe garantito una più efficace lotta alle attività criminali. Il Sindaco Nardella, dal canto suo, aveva affermato che senza un CPR si rischiava nientemeno che «di contrastare l’oceano della criminalità con un secchiello» (!), e anche il Presidente della Regione Eugenio Giani si era detto favorevole.

Negli ultimi giorni il tema è salito nuovamente alla ribalta delle cronache, ma le posizioni in campo sono cambiate: mentre la destra continua a chiedere a gran voce la costruzione dei CPR, il segretario regionale del PD, Emiliano Fossi, non li vuole né in Toscana né altrove (ma la mozione depositata dal PD in Consiglio Regionale è un po’ meno perentoria). Tra gli amministratori si assiste a qualche ripensamento. Giani, per esempio, ha fatto un passo indietro rispetto alle posizioni di Dicembre: ha spiegato che i CPR «per come li abbiamo conosciuti finora» non vanno bene, e ha tirato fuori dal cilindro l’idea un po’ bislacca di un centro per il rimpatrio «più vicino al concetto di un centro di accoglienza»«dotato di caratteristiche di assistenza sociale».

Intendiamoci: è senz’altro positivo il fatto che si moltiplichino le voci contrarie alla costruzione di un CPR, pur nell’inevitabile differenza di accenti, di sensibilità e di approcci. E tuttavia, si ha la sensazione che le massime autorità politico-amministrative della nostra Regione non sappiano di cosa stanno parlando. Cosa c’entrano i CPR con la criminalità? E come può un luogo detentivo trasformarsi magicamente in un «centro di accoglienza», per di più dedito a funzioni di «assistenza sociale»? Forse è il caso di riavvolgere il nastro, e di spiegare una volta per tutte cosa sono, e soprattutto cosa non sono, i Centri per il Rimpatrio.

Con i CPR non si contrasta la criminalità

Come si accennava qui sopra, i CPR non hanno nulla a che vedere con il contrasto alla criminalità. Questa non è un’affermazione ideologica, né tantomeno una forma di «buonismo», come si usa dire con un termine denigratorio e offensivo (che peraltro rimanda alla retorica del ventennio fascista). Stiamo parlando di un semplice, banalissimo dato di fatto: i CPR non sono stati pensati per rinchiudere i criminali. Hanno altri scopi e altre funzioni. Tutto qui.

La legge (decreto legislativo 286/98, art. 14) dice chiaramente che nei «Centri» finiscono non gli stranieri che hanno commesso furti, rapine o aggressioni, ma quelli che si trovano in Italia senza un permesso di soggiorno, e che per questo devono essere allontanati dal territorio nazionale. Neppure il cosiddetto «reato di immigrazione clandestina», introdotto dal governo Berlusconi nel 2009, viene punito con la reclusione nei CPR: la norma prevede una «semplice» (si fa per dire) sanzione pecuniaria di alcune migliaia di euro.

L’irregolarità, a sua volta, non ha nulla a che fare con la criminalità: molti stranieri diventano irregolari per banali motivi burocratici, ad esempio perché hanno perso il lavoro (la legge Bossi-Fini lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro), o perché si sono visti rifiutare la domanda di asilo, o – ancora – perché sono arrivati in Italia con un visto turistico, che (sempre secondo la Bossi-Fini) non può essere trasformato in un permesso per insediamento stabile.

Per capirci: può essere irregolare – e dunque può finire in un CPR – la signora georgiana che accudisce un pensionato, il bracciante nigeriano che lavora nei campi, il cameriere bengalese o pakistano impiegato in un ristorante del centro storico, il manovale albanese in un cantiere edile, e così via. All’inverso, uno straniero regolare che commette un reato subirà un processo e una condanna, ma non verrà internato in un CPR, appunto perché è regolare.

Perché si finisce in un CPR

Vediamo allora nel dettaglio perché si finisce in un CPR. Come abbiamo visto, gli stranieri irregolari devono essere allontanati dall’Italia: ma eseguire un’espulsione non è una faccenda semplice. Ci sono anzitutto problemi logistici: per «accompagnare l’immigrato alla frontiera» – come recita la formulazione un po’ orwelliana della legge – servono uno o più mezzi di trasporto (aerei, autobus ecc.), e una squadra di agenti di polizia addetti alla scorta. Spesso per risolvere queste banalissime questioni pratiche servono alcuni giorni, durante i quali lo straniero potrebbe darsi alla fuga.

Un altro problema è quello che tecnicamente si chiama «riammissione»: espellere un migrante significa rinviarlo al suo Paese di origine, ma le autorità di quel Paese devono essere disponibili a «riprendersi» il loro cittadino (a «riammetterlo», appunto). E proprio qui nascono le difficoltà: come sappiamo dalla lunga storia dell’emigrazione italiana, nelle regioni più povere del pianeta gli emigranti sono una risorsa economica preziosa – perché mandano i soldi alle loro famiglie – e le espulsioni sono percepite come un sopruso e un’ingiustizia. Per le autorità dei Paesi di origine, dunque, agevolare il rimpatrio degli emigranti significa inimicarsi le proprie opinioni pubbliche interne (abbiamo visto, ad esempio, quale ruolo abbia giocato questo tema nella rivoluzione tunisina del 2011).

Il rifiuto di collaborare alle riammissioni viene giustificato adducendo difficoltà tecniche legate all’identificazione: i migranti irregolari spesso non hanno passaporti né documenti, e gli Stati non possono riprenderseli se non sanno neppure chi sono. Così, quando la polizia italiana deve eseguire un rimpatrio, le trattative con l’Ambasciata e con le autorità del Paese di provenienza possono prolungarsi per giorni, a volte anche per settimane, e lo straniero ha tutto l’interesse a dileguarsi. Per farla breve: c’è sempre un fisiologico lasso di tempo che intercorre tra la decisione di espellere un immigrato e l’effettiva esecuzione del rimpatrio. In questo lasso di tempo lo straniero potrebbe darsi alla fuga: ed è per questo – solo per questo, e non certo per «contrastare la criminalità» – che i Paesi di immigrazione hanno creato luoghi detentivi, che in Italia si chiamano CPR.

La violazione dei diritti umani nei CPR: un fatto strutturale

E qui si apre un altro nodo problematico: quello relativo all’anomalo status giuridico di questi Centri. Si tratta di luoghi di detenzione a tutti gli effetti, in cui però sono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato. Esterni al normale circuito penitenziario, i CPR non sono sottoposti ai controlli che l’autorità giudiziaria esercita normalmente nelle carceri. La loro gestione è affidata interamente alla polizia e al Ministero dell’Interno, senza quel delicato sistema di contrappesi e di garanzie che in uno Stato di diritto è chiamato a controbilanciare la forza repressiva delle istituzioni di ordine pubblico. I CPR non sono «lager» nazisti, come a volte si è scritto: sono però campi di prigionia in tempo di pace, un fatto anomalo per un ordinamento liberale e democratico. Non c’è da stupirsi che in strutture di questo tipo si verifichino violazioni anche molto gravi della dignità dei detenuti.

Da decenni ormai si moltiplicano le denunce sui soprusi e le violenze all’interno dei «Centri»: e queste denunce sono così costanti da risultare quasi monotone. Solo per citare i lavori degli ultimi anni, ricordiamo il dossier del gruppo di ricerca «Border Criminologies» dell’Università di Oxford (2020), il Rapporto «Buchi Neri. La detenzione senza reato nei CPR» curato dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (2021), il volume «Dietro le mura. Abusi, violenze e diritti negati nei Cpr d’Italia» della campagna LasciateCIEntrare (2022), nonché la Relazione annuale al Parlamento del Garante Nazionale delle Persone Private della Libertà Personale (2022). Questi rapporti parlano chiaro: le condizioni di vita all’interno dei centri di detenzione sono indegne di uno Stato democratico. Mancano servizi di base come il riscaldamento, le docce, le medicine, la carta igienica. Vi si consumano soprusi e violenze. In molti CPR l’assistenza sanitaria è inadeguata o addirittura inesistente, e si registrano casi (purtroppo molto frequenti) di suicidio e di autolesionismo.

Queste violazioni dei diritti umani non sono uno sgradevole «effetto collaterale» da correggere e rettificare: sono parte integrante del «modo di essere» dei CPR. È difficile pensare di «umanizzare» luoghi che per loro natura sono opachi, affidati alla gestione esclusiva delle autorità di polizia ed estranei al circuito penitenziario e penale.

Il rapporto costi/benefici

I più cinici ritengono però che le violazioni dei diritti umani siano il prezzo da pagare per garantire almeno l’efficacia dei meccanismi di rimpatrio: «Più CPR quindi più espulsioni», scriveva Matteo Salvini su Twitter un mese fa. Ma ancora una volta le cose non stanno così: alla prova dei fatti, i Centri per il Rimpatrio si rivelano strutture costose, elefantiache e per di più inutili rispetto agli scopi dichiarati.

I dati parlano chiaro. Per mantenere queste strutture lo Stato spende 100 euro al giorno a persona, l’equivalente del costo necessario per ospitare un anziano in una RSA [cfr. Rapporto CILD, Buchi neri. La detenzione senza reato nei CPR, 2021, pag. 44]. A fronte di cifre così rilevanti, gli stranieri effettivamente rimpatriati sono circa la metà di quelli detenuti. In altre parole, si sprecano ingenti risorse pubbliche, si infliggono sofferenze a persone che non hanno commesso reati, e per di più non si riesce neppure ad allontanarle dall’Italia: al danno inflitto allo stato di diritto e alle garanzie costituzionali si aggiunge la beffa dell’inefficacia complessiva del sistema.

Abbiamo insomma a che fare con strutture opache, costose e del tutto inutili. L’unica «soluzione» è chiuderle, in Toscana e ovunque.

Sergio Bontempelli

Cosa sono i CPT? Un dossier

Dossier originariamente pubblicato a puntate sul blog personale di Sergio Bontempelli

Si parla spesso di centri di permanenza temporanea, o CPT, ma pochi sanno veramente cosa sono. Provo dunque a spiegarlo ripercorrendone la storia. Mi auguro che questo articolo possa rappresentare una sorta di “guida” per capirci qualcosa, o per approfondire ulteriormente. L’articolo è un po’ lungo – si tratta di un piccolo “dossier” – e per questo lo divido in tre parti.

Che cosa sono esattamente i centri di permanenza temporanea, conosciuti anche con la sigla “CPT”? Per capirlo è bene anzitutto chiarire che cosa non sono. I CPT non vanno confusi con i centri di accoglienza: mentre questi ultimi servono – lo dice la parola – ad accogliere i migranti, a dar loro un tetto dove dormire, i CPT sono stati costruiti per trattenere gli stranieri in attesa di espulsione. Perché bisogna trattenere le persone in attesa di espulsione? Per rispondere a questa domanda, occorre ricostruire brevemente la genesi storica dei CPT: capire, cioè, quando sono nati, chi li ha inventati e perché.

Le politiche migratorie italiane prima dei CPT

Le radici lontane dei CPT si trovano nella legge Martelli del 1990. Con questa norma le espulsioni diventano uno strumento ordinario di contrasto dell’immigrazione cosiddetta clandestina. In precedenza esisteva il “foglio di via obbligatorio”, con il quale il Prefetto ordinava allo straniero di allontanarsi dal territorio nazionale. Trattandosi di un semplice ordine scritto, tuttavia, non c’era modo di costringere la persona ad andarsene: e, infatti, alla fine degli anni ’80 alcune ricerche segnalavano che il 90% dei destinatari rimanevano in Italia [cfr. per es. L. Pepino e P. L. Zanchetta, L’Italia degli stranieri: il controllo amministrativo e penale, in «Questione Giustizia», 1989, pag. 663]. Prima della legge Martelli, esisteva anche l’espulsione, con la quale la polizia era autorizzata ad accompagnare fisicamente (e coattivamente) lo straniero alla frontiera: ma la procedura era complicata, perchè a firmare il provvedimento doveva essere direttamente il Ministro degli Interni. La legge Martelli interviene proprio su questo punto, affida ai Prefetti il compito di firmare le espulsioni, e dunque le rende più facilmente eseguibili. In compenso, la nuova procedura non prevede l’immediato accompagnamento alla frontiera: la prima espulsione viene eseguita con una «intimazione» – cioè con un ordine scritto, simile al vecchio “foglio di via” -, e solo se il migrante viene trovato una seconda volta in territorio nazionale si può procedere all’accompagnamento. Nasce così una politica migratoria fondata sull’allontanamento degli irregolari: e di qui nascono i problemi.

Come (non) funziona un’espulsione

Contrariamente a quanto si pensa comunemente, espellere uno straniero non è una faccenda semplice. Ci sono, anzitutto, questioni di carattere normativo: l’accompagnamento alla frontiera è una misura limitativa della libertà personale, e come tale pone problemi di armonizzazione con lo spirito e la lettera della Costituzione. Vi sono poi difficoltà economiche: rimpatriare i clandestini ha costi non indifferenti. Infine – e vengo alla questione dei CPT – una espulsione comporta notevoli difficoltà relative alla riammissione dei migranti nei loro paesi di origine. Spesso, infatti, gli stranieri irregolari sono privi di passaporto e di documenti di identità. Così, quando vengono consegnati alle autorità dei loro paesi, accade che le polizie straniere si rifiutino di accoglierli: senza documenti, infatti, non si può dire con certezza se il migrante è davvero cittadino del paese nel quale viene riaccompagnato. Detto in soldoni, quando la polizia italiana accompagna alla frontiera un migrante, poniamo, tunisino, la polizia tunisina finge di non conoscerlo, magari sostiene che è libico o forse egiziano o addirittura marocchino, e comunque non se lo riprende. Un bel guaio…

Perchè la polizia tunisina (o ucraina o senegalese ecc.) non riammette i propri migranti? La ragione l’hanno spiegata Ferruccio Pastore e Giuseppe Sciortino: «la riammissione non è un problema tecnico quanto piuttosto la cartina di tornasole di una divergenza d’interessi tra stati d’emigrazione e stati d’immigrazione: se per questi ultimi la possibilità di allontanare […] gli stranieri [irregolari] costituisce un tassello fondamentale delle […] politiche di contrasto, per i primi, invece, […] facilitare il rimpatrio coattivo dei propri cittadini è un atto impopolare […] che produce […] conflittualità politica […] e tensioni a livello sociale» [Ferruccio Pastore e Giuseppe Sciortino, Tutori lontani.Il ruolo degli Stati di origine nel processo di integrazione degli immigrati, CESPI, Roma 2001, pag. 17].

Questo ragionamento fa capire quanto sia miope la politica italiana (ed europea) sull’immigrazione. I flussi migratori sono un fenomeno complesso, transnazionale, che coinvolge attori sociali di diversi paesi. Mentre, al contrario, le espulsioni sono una risposta unilaterale del solo paese di destinazione (nel nostro caso, dell’Italia): una risposta semplice, troppo semplice e persino rozza, ad un fenomeno complesso, multidimensionale e globale. E una risposta semplice e unilaterale a un fenomeno complesso e multilaterale è inevitabilmente destinata al fallimento. E, infatti, nel periodo di vigenza della legge Martelli le autorità italiane riescono ad eseguire poco più del 10% dei decreti di espulsione [cfr. M. Barbagli, A. Colombo, G. Sciortino (a cura di), I sommersi e i sanati. Le regolarizzazioni degli immigrati in Italia, Il Mulino, Bologna 2004, pag. 203].

L’invenzione dei CPT (1995-1998 )

Il fallimento del sistema delle espulsioni non spinge però a ripensare l’impianto complessivo delle politiche migratorie. Al contrario, attorno alla metà degli anni ’90 si fa strada l’idea di rendere più rigide le norme in materia di allontanamento degli stranieri irregolari. Il delicato problema della riammissione dei migranti, in particolare, viene affrontato con l’inasprimento delle procedure: se le polizie dei paesi di origine si rifiutano di riaccogliere i propri cittadini, bisogna impedire che questi ultimi si allontanino nel corso delle trattative tra autorità italiane e straniere. Così, nel 1995, il “decreto Dini” (Decreto legge 18 novembre 1995, n. 489) introduce una modifica alla legge Martelli, che prevede l’obbligo di dimora per gli stranieri in attesa di espulsione: si apre in questo modo la strada a provvedimenti che limitano la libertà personale degli stranieri nel corso delle procedure di allontanamento.

Pochi anni dopo, nel 1997, il Governo Prodi presenta alla Camera il disegno di legge n. 3240 che, una volta approvato dal Parlamento, diverrà noto come “legge Turco-Napolitano” (legge n. 40 del 6 Marzo 1998, poi trasfusa nel Testo Unico sull’Immigrazione di cui al decreto legislativo 286 del 25 Luglio 1998). Ed è proprio la Turco-Napolitano che inventa l’istituto dei CPT: «Quando non e’ possibile eseguire con immediatezza l’espulsione», si legge al comma 1 dell’art. 12, «perchè occorre procedere […] ad accertamenti supplementari in ordine all’identità o nazionalità [dello straniero], […] il questore dispone che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il centro di permanenza temporanea e assistenza più vicino». Dunque, la difficoltà di eseguire un’espulsione – dovuta, come abbiamo visto, al rifiuto dei paesi di origine di riaccogliere i propri emigranti – viene risolta con un vero e proprio strumento di detenzione.

La nascita dei “centri” (1998-2000)

I primi centri vengono attivati, in attuazione della nuova normativa, già nell’Estate 1998 in alcune regioni meridionali (Sicilia, Calabria e Puglia). Il Ministero dell’Interno, però, vuole aprirne subito degli altri, e ha molta fretta: i “centri di permanenza” rappresentano uno dei pilastri della nuova normativa, e un fattore decisivo di “rassicurazione” dell’opinione pubblica. Il Governo attiva procedure di urgenza, e nel giro di pochi mesi (inizio 1999) sono già operativi in tutto il territorio nazionale 11 centri. Per risparmiare tempo e risorse finanziarie, si utilizzano beni demaniali spesso fatiscienti o in condizioni di degrado: i lavori di adeguamento vengono svolti in modo sbrigativo, attraverso interventi strutturali in estrema economia. La gestione viene affidata per lo più alla Croce Rossa, senza vere e proprie gare di appalto e con modalità di assegnazione poco trasparenti [Per queste informazioni si è fatto riferimento alla dettagliatissima relazione della Corte dei Conti: Corte dei Conti – Sezione Centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato, Gestione delle risorse previste in connessione al fenomeno immigrazione per l’anno 2002, Roma 2003].

Il risultato di questa attività frettolosa e approssimativa, in termini di garanzie dei diritti umani, è devastante. È la stessa Corte dei Conti a riconoscere che il trattamento degli espellendi «è per taluni aspetti risultato deteriore rispetto a quello riservato ai detenuti nelle strutture carcerarie». Ma una conferma clamorosa delle condizioni inumane in cui sono trattenuti gli stranieri proviene da una fonte giornalistica: un inviato del Corriere della Sera, Fabrizio Gatti, si fa passare per clandestino rumeno e internare in un centro di permanenza. Racconta di «un poliziotto che obbliga un immigrato a firmare la rinuncia all’avvocato difensore», oltre che di maltrattamenti, percosse, degrado fisico delle strutture [F. Gatti, Io, clandestino per un giorno rinchiuso nel centro di via Corelli, in «Il Corriere della Sera», 6 Febbraio 2000]. Altre inchieste dimostrano poi che, nel centro di Via Corelli a Milano, «la convalida dell’internamento […] è fatta a mezzo di un prestampato uguale per tutti, che la maggioranza dei magistrati neanche legge. […] Vari operatori sociali raccontano che gli internati […] non vengono informati dei loro diritti e non viene concessa loro la possibilità di incontrare il loro avvocato» [cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 229].

D’altra parte l’efficacia delle nuove strutture, in termini di reale contrasto all’immigrazione clandestina, è assai dubbia. Nel 1999, su circa 8.000 “trattenuti”, solo il 44% viene effettivamente rimpatriato: questa percentuale scende al 31,1% nel 2000 e al 29,6% nel 2001 [Questi dati sono contenuti nella relazione della Corte dei Conti già citata]. La stragrande maggioranza degli immigrati, dopo aver subito angherie, vessazioni e restrizioni della propria libertà personale, viene liberata: da questo punto di vista, l’istituto del trattenimento si rivela un vero e proprio flop, utile più ad umiliare e stigmatizzare gli stranieri che a regolare le migrazioni clandestine.

Le prime contestazioni, tra giuristi e movimenti

La nascita dei CPT è accompagnata però da diffuse contestazioni. Da un lato, giuristi, avvocati e magistrati democratici contestano la legittimità costituzionale dei “centri”: il trattenimento è infatti una limitazione evidente della libertà personale, che viene inflitta a persone che non hanno commesso reati (la semplice irregolarità del soggiorno non è un reato penale, ma un’infrazione amministrativa: qualcosa di simile, fatte le debite proporzioni, ad un divieto di sosta). La Costituzione italiana, all’articolo 13, prevede che le restrizioni alla libertà personale siano disposte da un giudice, mentre l’espulsione e il conseguente trattenimento sono decisioni del Prefetto. Così, già nei primi anni dopo l’istituzione dei CPT si moltiplicano le contestazioni di avvocati, giudici, esperti di diritto [cfr. tra gli altri: Livio Pepino, Centri di detenzione ed espulsioni (irrazionalità del sistema e alternative possibili), in «Diritto Immigrazione Cittadinanza», n. 2/2000; Roberto Bin, Giuditta Brunelli, Andrea Pugiotto, Paolo Veronesi (a cura di), Stranieri tra i diritti. Trattenimento, accompagnamento coattivo, riserva di giurisdizione, Giappichelli editore, Milano 2001].

Dall’altro lato, associazioni e movimenti di solidarietà avviano azioni, denunce e mobilitazioni pubbliche contro i CPT: tra l’altro, alle tradizionali reti dell’associazionismo pro-immigrati (come la Rete Nazionale Antirazzista) si aggiungono in questo periodo i gruppi legati al nascente movimento altermondialista (impropriamente definito no-global), che è molto visibile sulla scena pubblica. Nel 1999 si costituisce a Milano un coordinamento di associazioni per il monitoraggio del “centro” di Via Corelli: il coordinamento produce, nell’Ottobre 1999, una delle prime inchieste sulle violazioni dei diritti umani nei CPT [vedi Documento del Coordinamento di Via Corelli sui centri di permanenza temporanea (5 Ottobre 1999), pubblicato sul sito Archivio Briguglio, Ottobre 1999. Leggi testo].

Il 29 Gennaio 2000 un corteo di 20.000 persone, convocato dal movimento delle “Tute Bianche”, e a cui partecipano esponenti del mondo politico come Luigi Manconi e attori come Lella Costa, si ferma davanti al Centro di Permanenza milanese di Via Corelli, e riesce ad ottenere anche l’ingresso di una delegazione dei manifestanti all’interno del centro: la vicenda, che avrà ampia eco sulla stampa nazionale, porta all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dei CPT.

I successi del movimento contro i CPT e la Bossi-Fini (2000-2002)

La denuncia di Fabrizio Gatti, le contestazioni dei giuristi e la mobilitazione dei movimenti producono, all’inizio del nuovo decennio, alcuni cambiamenti non irrilevanti nella politica riguardante la detenzione amministrativa. Il 30 Agosto 2000 il Ministero dell’Interno vara una Direttiva generale in materia di Centri di Permanenza Temporanea ed assistenza, nella quale si stabiliscono con precisione i diritti degli “ospiti”, in modo da evitare abusi e violenze delle forze dell’ordine. Tale Direttiva, che non verrà mai davvero applicata, prevede tra l’altro la possibilità di colloqui con familiari e amici, l’accesso ad informazioni sull’asilo politico, il libero utilizzo di telefoni anche cellulari: tutte cose che rimarranno lettera morta… Pochi mesi dopo, sulla questione dei Centri interviene anche la Corte Costituzionale, sollecitata dai magistrati milanesi: con la sentenza n. 105 del 2001, la Consulta interviene in particolare sull’incostituzionalità dei centri. Come spiega Sergio Briguglio in un linguaggio comprensibile ai profani, i giudici costituzionali non dichiarano tout court illegittimo l’istituto del CPT, ma costringono il governo a modificare profondamente la procedura che porta al trattenimento: «La Corte ha dichiarato infondata la questione di legittimità, stabilendo che […] la misura dell’espulsione con accompagnamento alla frontiera incide effettivamente sulla libertà personale, [e che perciò] la convalida del trattenimento nel CPT deve fondarsi sulla verifica dei presupposti del provvedimento di espulsione, e non solo su quella dei presupposti immediati per l’adozione del provvedimento di trattenimento» [vedi messaggio e-mail inviato da Sergio Briguglio, pubblicato sul sito Archivio Briguglio, Ottobre 1999. Leggi testo]. Vediamo cosa significa più in dettaglio.

Come abbiamo visto, sin dai tempi della legge Martelli la competenza in materia di espulsioni era stata affidata ai Prefetti: è infatti il Prefetto che decide il provvedimento, lo firma e ordina alla polizia di eseguirlo. Lo straniero può, se vuole, far ricorso al giudice. In questo caso, il magistrato deve esprimersi sul provvedimento di espulsione, decidendo se esso è legittimo e conforme alla legge oppure no: in altre parole, nel ricorso sull’espulsione il giudice si esprime nel merito, e se la decisione del prefetto è stata presa contro la legge, il provvedimento espulsivo decade. Con la Turco-Napolitano, l’espulsione può essere eseguita mediante trattenimento in un CPT: ma, poichè il trattenimento è una misura restrittiva della libertà personale dello straniero, esso deve essere autorizzato dal giudice. Perciò, ogni volta che il Prefetto dispone il trattenimento, è obbligato a chiedere l’autorizzazione del magistrato. Questa autorizzazione si chiama convalida, ed è in linea di principio diversa dal ricorso sull’espulsione. Nella convalida, infatti, il giudice non si esprime nel merito – non valuta, cioè, la legittimità dell’espulsione – ma si limita a decidere se lo straniero deve finire in un CPT o no.

Ebbene, con la sentenza n. 105 del 2001, la Corte Costituzionale – pur non dichiarando illegittimi i CPT – dichiara che, in sede di convalida, il giudice può e deve esprimersi anche nel merito del decreto di espulsione: ciò significa che, se l’espulsione è illegittima, lo straniero potrà contestarla anche prima del ricorso, davanti al giudice chiamato ad autorizzare il trattenimento nel CPT. Si tratta di un piccolo, significativo passo avanti.

Questi successi, parziali ma importanti, vengono vanificati dall’approvazione, nel 2002, della legge “Bossi-Fini” (legge 189/2002, recante modifiche al Testo Unico sull’Immigrazione). La nuova normativa modifica le procedure di allontanamento degli stranieri irregolari: se, ancora ai tempi della Turco-Napolitano, l’espulsione veniva eseguita di norma tramite intimazione – cioè con un ordine scritto consegnato allo straniero – con la Turco-Napolitano tutte le espulsioni (fatti salvi casi eccezionali) debbono essere eseguite con l’accompagnamento coattivo alla frontiera da parte della forza pubblica. Da questo punto di vista, i CPT diventano strumenti indispensabili per eseguire i provvedimenti di allontanamento: e, infatti, la Bossi-Fini rafforza lo strumento del trattenimento, prevedendo l’aumento del tempo massimo di permanenza in un CPT da trenta a sessanta giorni. Le prime mobilitazioni contro la detenzione amministrativa sembrano quindi sconfitte.

La legge Bossi-Fini entra in vigore il 10 Settembre 2002, e prevede un’abnorme estensione degli strumenti repressivi contro l’immigrazione irregolare. Dal 2002 al 2003 la spesa pubblica per le espulsioni e le politiche di contrasto aumenta del 57% [Cfr. Corte dei conti, Programma di controllo 2003 –Gestione delle risorse previste in connessione al fenomeno dell’immigrazione, Regolamentazione e sostegno all’immigrazione. Controllo dell’immigrazione clandestina, Roma 2004]. Nel solo 2004, il sistema delle espulsioni costa all’erario circa 320 mila euro al giorno [European Migration Network, Punto nazionale di contatto in Italia, Immigrazione irregolare in Italia. L’approccio nazionale nei confronti dei cittadini stranieri irregolarmente soggiornanti: caratteristiche e condizioni sociali, Idos, Roma 2005, pag. 44]. Nel corso del 2003 il Ministero dell’Interno intensifica anche l’attività dei centri di permanenza temporanea: vengono aperti due nuovi CPT a Bologna e a Modena, il centro di Roma-Ponte Galeria viene ampliato, mentre si avviano le procedure per l’apertura di ulteriori strutture a Bari Palese, Gradisca di Isonzo (Gorizia), Foggia e Padova. Complessivamente, nel solo anno 2003 le spese di gestione dei diversi CPT (escludendo le spese per lavori e quelle per manutenzione straordinaria) ammontano a quasi 30 milioni di euro (per la precisione, si tratta di € 29.648.352,7) [vedi relazione della Corte dei Conti già citata].

A un così rilevante impegno economico e finanziario, però, non corrisponde una significativa contropartita in termini di efficacia dei CPT. Come si vede nella tabella qui sotto, infatti, tra il 2002 e il 2003 – dunque, in coincidenza con l’entrata in vigore della Bossi-Fini – la percentuale di stranieri effettivamente rimpatriati cresce enormemente, ma si ferma poco sotto il 50%: in altre parole, metà dei migranti che transitano nei “centri” non vengono poi effettivamente espulsi.

Centri di permanenza temporanea
Riepilogo presenze 1999-2003
Fonte: Corte dei Conti
1999 2000 2001 2002 2003
Trattenuti 8.847 9.768 14.993 18.625 14.223
Effettivamente rimpatriati 3.893 3.134 4.437 6.372 6.830
Effettivamente rimpatriati (%) 44% 31,1% 29,6% 34,2% 48%

L’enorme sforzo sul versante repressivo, dunque, continua a rivelarsi inefficace sul suo stesso terreno, quello del contrasto all’immigrazione clandestina.

Dalla Corte dei Conti a Medici Senza Frontiere: la stagione delle denunce (2002-2004)

A partire dal 2003, la Corte dei Conti comincia a pubblicare periodiche relazioni sulla gestione delle politiche migratorie, soffermandosi anche sulle problematiche relative ai CPT e al trattenimento dei migranti in attesa di espulsione. Il giudizio espresso nella relazione del 2003 è durissimo: parla di «programmazione talvolta generica e in taluni casi velleitaria», di centri «realizzati […] in strutture fatiscenti e con scarsa attenzione ai livelli di sicurezza ed al trattamento complessivo dei soggetti trattenuti», di «estrema disomogeneità dei costi di gestione nonostante il diffuso affidamento al medesimo soggetto (Croce Rossa Italiana)», tutti elementi che concorrono a disegnare «un quadro gestionale che […] non può essere considerato positivo».

Nel Gennaio 2004 l’organizzazione umanitaria indipendente Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica un dettagliato rapporto sui CPT. Ne esce un quadro sconfortante: Msf sottolinea gravi violazioni dei diritti umani e della dignità della persona, soprattutto riguardo alle strutture di accoglienza, all’assistenza sanitaria e al diritto d’asilo. «La politica italiana sull’immigrazione» – spiega il portavoce di MSF Loris De Filippi, nel corso della conferenza stampa di presentazione del rapporto – «mostra gravi lacune e la nostra ricerca è molto chiara: MSF chiede al governo italiano ed alla società civile di istituire un’authority indipendente ed imparziale in grado di monitorare il rispetto dei diritti umani, l’assistenza sanitaria e le procedure per l’asilo all’interno dei centri».

Una conferma delle denunce di MSF arriva anche dalla Magistratura: alla fine di Gennaio 2004 arriva infatti la notizia del rinvio a giudizio di Don Cesare Lodeserto, direttore del Centro di Permanenza Temporanea “Regina Pacis” di Lecce. L’inchiesta, avviata un anno prima grazie alla denuncia di alcuni immigrati trattenuti nella struttura, riguarda i presunti abusi e pestaggi che 17 maghrebini hanno denunciato di aver subito dopo il tentativo di fuga del 22 novembre 2002. I capi di imputazione contestati a Lodeserto sono pesantissimi: lesioni personali, abuso di mezzi di correzione, omissioni di intervento per impedire i maltrattamenti [sulla vicenda di Don Cesare Lodeserto vedi dossier sul sito di Stefano Mencherini].

Il 18 Aprile 2004, la trasmissione televisiva Report, in onda su Raitre, dedica una puntata speciale alla questione dei CPT [in rete, sul sito di Melting Pot, è disponibile sia la trascrizione integrale sia il filmato in streaming]. La trasmissione documenta la scarsa trasparenza nella gestione dei CPT (di cui non vengono resi noti bilanci, convenzioni con i soggetti gestori e costi di amministrazione), il divieto di accesso per i giornalisti e la violazione dei diritti umani (soffermandosi anche sul caso di Lecce).

Nel Maggio 2004 il giornalista Fabrizio Gatti, che quattro anni prima aveva condotto la coraggiosa inchiesta sul CPT milanese di Via Corelli, fingendosi immigrato e facendosi internare nella struttura, viene condannato a 20 giorni di reclusione per “falsa dichiarazione di identità”. La condanna, però, non ferma le denunce contro l’istituto dei CPT: che, anzi, si moltiplicano in tutto il paese, provocando un diffuso e generalizzato malcontento.

Ed è ancora la Corte Costituzionale a dare uno sbocco concreto alle proteste: con la sentenza n. 222 del 2004, la Consulta non interviene nel merito della questione dei CPT, ma trasforma radicalmente le procedure di espulsione. L’articolo 13, comma 3 bis del Testo Unico sull’Immigrazione, introdotto dalla Bossi-Fini, stabiliva come noto sia l’immediata esecutività del provvedimento espulsivo, sia la convalida dell’allontanamento, da parte del giudice, entro le successive 48 ore. Di fatto, il giudice convalidava (o meno) l’espulsione quando lo straniero era già stato accompagnato alla frontiera dalle forze dell’ordine. Secondo la Corte, questa procedura vanifica le garanzie previste dall’articolo 13 della Costituzione, «e cioè la perdita di effetti del provvedimento nel caso di diniego o di mancata convalida ad opera dell’autorità giudiziaria». Nella sentenza, dunque, la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo in questione «nella parte in cui non prevede che il giudizio di convalida debba svolgersi in contraddittorio prima dell’esecuzione del provvedimento di accompagnamento alla frontiera, con le garanzie della difesa».

Dalle denunce di Amnesty alla scoperta di Lampedusa (2004-2005)

Le numerose denunce e inchieste sul trattenimento mostrano un aspetto che negli anni precedenti era rimasto in ombra, almeno alle opinioni pubbliche: la funzione promiscua di numerosi “centri”. In teoria, infatti, il CPT svolge un ruolo specifico – il trattenimento di immigrati irregolari in attesa di espulsione -, e i centri debbono essere costituiti, a norma dell’art. 14 comma 1 del Testo Unico sull’Immigrazione, «con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri per la solidarietà sociale e del tesoro, del bilancio e della programmazione economica». Nella realtà dei fatti, invece, gran parte dei centri trattengono non solo gli immigrati in attesa di espulsione, ma anche i richiedenti asilo (che secondo una legge in vigore dal 2005 dovrebbero stare in strutture specifiche), le vittime della tratta di esseri umani, nonchè gli stranieri che arrivano in Italia a seguito di sbarchi sulle coste soprattutto siciliane. In molti casi, cioè, la stessa struttura è utilizzata come centro di permanenza temporanea, centro di identificazione (per i richiedenti asilo) e centro di accoglienza per fronteggiare gli sbarchi: il che significa che le funzioni umanitarie e di accoglienza vengono assolte da luoghi detentivi e punitivi, quasi tutti costituiti in violazione della procedura di cui all’art. 14 comma 1 del Testo Unico.

Il 20 Giugno 2004, intanto, la nave dell’organizzazione umanitaria tedesca Cap Anamur, sistematasi al largo di Porto Empedocle per monitorare gli sbarchi di profughi sulle coste siciliane, raccoglie a bordo 37 persone, tutte provenienti dall’Africa subsahariana, stipate su un gommone che navigava nelle acque comprese tra la Libia e l’isola di Lampedusa. La Cap Anamur chiede alle autorità italiane la possibilità di portare in salvo i profughi, ma il Ministero degli Interni nega l’autorizzazione all’attracco e costringe i migranti – molti dei quali in precarie condizioni di salute – a rimanere al largo, a bordo della nave. Dopo 13 giorni di attesa, scanditi da comunicati di protesta di ACNUR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati), Caritas, organizzazioni umanitarie ed enti locali, alla fine viene autorizzato l’attracco, ma l’equipaggio della nave viene messo sotto arresto, mentre i migranti vengono trattenuti nel CPT di Agrigento. Il 15 Luglio, il Ministero dell’Interno nega l’asilo politico ai profughi: il Ministro Pisanu dichiara che si tratta semplicemente di clandestini da espellere, e il 22 Luglio un aereo deporta i migranti in Ghana. La vicenda della Cap Anamur, legata solo marginalmente alla questione dei CPT, ripropone nel dibattito nazionale il problema della detenzione dei migranti irregolari.

Il 20 Giugno 2005 Amnesty International presenta alla stampa un dettagliato rapporto sui CPT dal titolo Presenze temporanee, diritti permanenti. Il rapporto contiene dettagliate denunce di persone detenute nei Cpt e sottoposte ad aggressioni fisiche da parte di agenti delle forze dell’ordine e del personale di sorveglianza e alla somministrazione eccessiva e abusiva di sedativi e tranquillanti. «Molte persone» – spiega Amnesty nella conferenza stampa di presentazione dell’inchiesta –  «incontrano difficoltà nell’accedere alla consulenza di esperti, necessaria a contestare la legalità della loro detenzione e del relativo ordine di espulsione. La tensione nei centri è alta, con frequenti proteste, inclusi tentativi di fuga e alti livelli di autolesionismo. I centri sono spesso sovraffollati, con strutture inadeguate, condizioni di vita contrarie alle norme dell’igiene e cure mediche non soddisfacenti».

Nell’Estate 2005, intanto, si moltiplicano gli sbarchi sull’isola di Lampedusa: già all’inizio di Giugno, le cronache segnalano che il locale CPT – che ha una capienza massima di 190 persone – è arrivato ad ospitarne quasi 600. La RAS (Rete Antirazzista Siciliana) – un cartello di associazioni impegnate per i diritti dei migranti – lancia un appello “Per un’Estate di lotta in Sicilia”, e organizza un campeggio-presidio a Licata nonchè una presenza a Lampedusa per monitorare le attività del CPT. L’iniziativa della RAS, preceduta da alcuni video-inchiesta sui rimpatri illegali dall’isola, prodotti tra il 2004 e il 2005 (e che tra l’altro avevano sollecitato, nella Primavera 2005, una dura presa di posizione del Parlamento Europeo contro l’Italia), riesce a catalizzare l’attenzione dei mass-media sul CPT di Lampedusa.

Il 15 Settembre approda sull’isola una delegazione di europarlamentari di tutti gli schieramenti politici, nell’ambito di un giro di verifiche informative sulla detenzione dei migranti programmato dal Parlamento UE: i delegati trovano nel centro – ripulito e “svuotato” per l’occasione – appena 11 migranti. L’operazione di “ripulitura”, effettuata per nascondere ai parlamentari la realtà del centro, viene accuratamente documentata da una troupe televisiva de La7, che alla vicenda dedicherà un’apposita trasmissione di inchiesta il 22 Ottobre.

Il 6 Ottobre 2005, il giornalista Fabrizio Gatti pubblica uno sconcertante reportage proprio sul CPT di Lampedusa. Come già aveva fatto in Via Corelli a Milano, il cronista si finge clandestino, si dà persino un nome di fantasia (Bilal, di etnia curda) e si fa internare nel centro. Il racconto dell’esperienza vissuta è drammatico. «Tu non vieni dalla Turchia, tu arrivi dalla Libia. E quella scritta in arabo lo dimostra. Noi adesso ti rimandiamo da Gheddafi», minaccia un’operatrice del centro, mentre un suo collega le chiede «ce lo lascia un attimo che lo portiamo nella sala delle torture?». «Centinaia di immigrati», prosegue ancora il racconto, «sono seduti sull’asfalto in fila […]. Due rigagnoli di liquido violaceo escono da una porta a destra, […] il liquame puzza di urina e fogna. “Seduti”, urla uno dei carabinieri, […]. “Ma qui in fondo è una schifezza”, dice il collega […]. “Il maresciallo ha detto di farli sedere. Sit down”, grida più forte il primo e sorprende un immigrato alle spalle, frustandolo sulle orecchie con i suoi guanti in pelle. […] Per evitare botte bisogna rassegnarsi e bagnarsi». «I gabinetti», narra ancora Fabrizio Gatti, «sono un’esperienza indimenticabile. […] Docce con gli scarichi intasati, quaranta lavandini, e otto turche di cui tre stracolme fino all’orlo di un impasto cremoso […]. Dai rubinetti esce acqua salata. Non ci sono porte, non c’è elettricità, non c’è privacy. Si fa tutto davanti a tutti. […] E non c’è nemmeno carta igienica: bisogna usare le mani. Lì dentro è meglio andarci di notte perché di giorno il livello dei liquami sul pavimento è più alto dello spessore delle ciabatte e bisogna affondarci i piedi».

Mobilitazioni, inchieste e denunce sulla realtà dei CPT non restano senza conseguenze: a partire dall’Estate 2005, l’istituto della detenzione/trattenimento amministrativo è oggetto di diffuse critiche, non più limitate all’associazionismo e ai movimenti, ma estese anche ad ambiti politici e istituzionali.

Il documento delle Regioni (2005)

Il 7 Giugno 2005, il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, di Rifondazione Comunista, lancia in un articolo sul Manifesto una campagna contro i CPT, definiti piccole Guantanamo italiane. Vendola chiama a raccolta i Presidenti delle altre Regioni, quattordici dei quali – tutti del centro-sinistra – si ritrovano l’11 Luglio a Bari nel Forum Nazionale Mare Aperto. Nel documento conclusivo approvato dal Forum si chiede il superamento dei CPT e l’apertura di una nuova stagione riformatrice in materia di politiche migratorie.

Il documento suscita gli strali delle aree più moderate del centro-sinistra ancora all’opposizione. L’ex Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, padre della legge che per prima ha istituito i Centri di Permanenza Temporaea, continua a sostenere un approccio repressivo. In un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera del 3 Luglio 2005, Napolitano difende la necessità dei CPT, pur criticandone la gestione da parte del nuovo Governo. «Non c’è alcuna alternativa a uno strumento del genere», spiega in modo perentorio il futuro Capo dello Stato, «tant’è che non c’è alcuna proposta, se non quella irresponsabile di chiuderli senza sostituirli con nulla».

Il programma dell’Unione e il “superamento” dei CPT (2005-2006)

All’interno del centro-sinistra, che nel frattempo sta preparando la campagna elettorale, prevalgono però le tesi di Vendola. La coalizione di forze politiche che si è data il nome di “Unione” – e che comprende sia forze “moderate” come DS e Margherita, sia partiti più “radicali” come Rifondazione Comunista o i Verdi – pubblica all’inizio del 2006 un articolato programma di Governo che, sulla questione dei CPT, recepisce sostanzialmente le indicazioni dei governatori regionali.

Il documento parte proprio dalla crisi delle politiche migratorie repressive, e si interroga sul loro fallimento: perché, nonostante l’inasprirsi delle norme in materia di ingresso e soggiorno, è aumentata la presenza clandestina nel nostro paese? Perché le espulsioni non hanno funzionato? Perché i CPT non sono riusciti ad allontanare i migranti “indesiderati”?

Ad alimentare la clandestinità – argomenta l’Unione – non sono state leggi “lassiste”, ma al contrario normative troppo rigide, che hanno reso impossibile l’ingresso e il soggiorno regolare. Una volta che tutti o quasi i migranti siano costretti alla clandestinità, la repressione perde efficacia: rimpatriare centinaia di migliaia di persone diventa impossibile, sia dal punto di vista economico che da quello logistico. L’Unione, dunque, non ha dubbi: è necessario «ridurre il fenomeno dell’irregolarità a dimensioni fisiologiche, quindi gestibili».

A questo scopo, bisognerà anzitutto prevedere meccanismi realistici di ingresso: per esempio attraverso un visto per ricerca di lavoro, che non obblighi gli aspiranti immigrati a munirsi di un contratto di lavoro o di uno sponsor prima della loro partenza. Sarà necessario poi alleggerire le procedure di rinnovo dei permessi, nonché consentire una qualche forma di regolarizzazione ai migranti clandestini già presenti in Italia, che lavorino al nero. Così ridotta numericamente, l’immigrazione irregolare potrà essere realmente contrastata. La Bossi-Fini, dicono i partiti del centro-sinistra, ha previsto un solo mezzo per il trattamento dell’irregolarità: quello dell’espulsione indifferenziata, uguale per tutti, con accompagnamento alla frontiera e divieto di reingresso per dieci anni. Per gli immigrati privi di documenti, dei quali non è possibile ricostruire l’identità e il paese di provenienza, la legge ha poi disposto il trattenimento nei CPT. È efficace questo insieme di strumenti? O non è troppo rigido, incapace di adattarsi al caso singolo?

Secondo le forze politiche del centro-sinistra, l’immigrato senza passaporto ha tutto l’interesse a non rivelare la sua identità: una volta che la polizia abbia individuato il suo paese di origine, infatti, potrà rispedirlo a casa, e per lui scatterà il divieto di reingresso per dieci anni. Il programma propone allora di differenziare il divieto di reingresso a seconda dei casi: più anni a chi non collabori alle procedure di identificazione, un tempo minore per chi rivela i propri dati anagrafici e il proprio paese di provenienza. In questo modo, i CPT non saranno più necessari: i pochi stranieri che decideranno di non collaborare alla loro espulsione potranno essere, eventualmente, oggetto di misure di sorveglianza disposte dal Magistrato. «L’adozione di queste norme», conclude il documento, «comporta il superamento dei Centri di Permanenza Temporanea».

La formula del “superamento” dei CPT – già utilizzata, come abbiamo visto, dai governatori delle Regioni – finirà per provocare polemiche ed interpretazioni contrastanti. Così, per esempio, secondo il responsabile per l’immigrazione dell’ARCI Filippo Miraglia, «il superamento di cui si parla è un superamento che verrà consentito da una riforma delle politiche sull’immigrazione in generale: considerato che oggi in Italia c’è un’immigrazione irregolare che non sceglie di esserlo, ma lo è perché la legge obbliga ad esserlo, modificando la legge ed eliminando quasi del tutto le cause dell’irregolarità, anche i provvedimenti di espulsione diminuirebbero moltissimo, e a quel punto si renderebbe meno difficile un cambio di decisione anche sui Cpt». Diversa è l’interpretazione di alcune aree dei movimenti antirazzisti, legate ai centri sociali o alle reti disobbedienti, secondo le quali la formula del superamento coprirebbe la scarsa volontà di chiudere i CPT. Così, secondo il Centro Sociale Laboratorio Zeta di Palermo (uno dei principali animatori della Rete Antirazzista Siciliana), la proposta di incentivare la collaborazione dei migranti alle procedure di identificazione sarebbe «pericolosa e paradossale», perchè «introdurrebbe una distinzione nel trattamento dei migranti, considerati “buoni” o “cattivi” sulla base della loro collaborazione alla propria espulsione: tutto ciò non equivale naturalmente alla chiusura dei C.P.T.».

Dal volume di Marco Rovelli al “Libro Bianco”: ancora denunce (2006)

Intanto proseguono le denunce e le inchieste sulle violazioni dei diritti umani nei centri di permanenza temporanea.

Nel Febbraio 2006, Amnesty International pubblica il dossier Invisibili, nel quale si denuncia la presenza, nei CPT italiani, di minori stranieri (che secondo le normative internazionali e la stessa legge italiana non possono essere espulsi nè trattenuti). Nel Giugno dello stesso anno, il giovane cantante Marco Rovelli pubblica per la BUR il libro Lager italiani. Introdotto da Erri De Luca, e commentato da una postfazione di Moni Ovadia, il volume narra, in forma di racconto, le storie – raccolte dalla viva voce dei protagonisti – di migranti che a causa della loro condizione di clandestinità si sono trovati a permanere, in condizioni di reclusione, all’interno dei CPT. Rovelli sostiene nel libro che questi centri sono definibili come lager – laddove il termine lager rimanda al concetto di “campo” inteso come spazio dove il diritto è sospeso, destinato a coloro che sono privati dei diritti derivanti dalla cittadinanza. Dalle storie raccontate risulta come il soggetto recluso venga spesso sottoposto a vere e proprie forme di tortura, psicologica e fisica, senza alcun controllo di legalità [su Lager italiani vedi anche la recensione del sito Peacereporter].

Nell’Estate 2006, il Comitato Diritti Umani, organismo composto da parlamentari ed esponenti della società civile, pubblica un Libro Bianco sui CPT in Italia, risultato di ripetute visite ai centri di permanenza temporanea ed ai centri di identificazione sparsi nel territorio italiano. Il Libro Bianco rileva, tra l’altro, la totale assenza di un effettivo controllo giurisdizionale sulla detenzione amministrativa (affidata all’ampia discrezionalità dei prefetti e delle autorità di polizia); la sistematica violazione delle leggi in materia di immigrazione da parte delle autorità; l’erosione del diritto di asilo; la chiusura dei CPTA al mondo esterno (stampa, organizzazioni umanitarie, amministratori locali, avvocati e persino rappresentanti delle Nazioni Unite); l’utilizzo dei CPT come un indebito prolungamento di detenzione ai fini del riconoscimento di stranieri che sono stati in carcere anche per diversi anni; la violazione dei più basilari principi di trasparenza della pubblica amministrazione nella gestione dei CPTA [vedi anche la conferenza stampa di presentazione del Libro Bianco].

Dall’insediamento del governo Prodi alla Commissione De Mistura (2006-2007)

Nel frattempo l’Unione di Centro-Sinistra, che nel suo programma propone il superamento dei CPT, vince le elezioni politiche del 9 e 10 Aprile 2006, e nel mese di Maggio insedia il nuovo governo guidato da Romano Prodi: i ministri competenti in materia di immigrazione sono Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista (alla Solidarietà Sociale) e Giuliano Amato (agli Interni). Sin dalle prime settimane dopo l’insediamento del governo si registrano rilevanti dissensi tra i due ministri proprio sul tema dei CPT. Mentre Paolo Ferrero, sul Manifesto del 23 Maggio, ribadisce l’obiettivo del superamento, il suo collega Amato – in una intervista concessa a La Stampa nel mese di Agosto – si dichiara esplicitamente contrario a chiudere i centri, sulla base di un ragionamento che parte dalla necessità di limitare i flussi migratori: «Devo tenere conto», spiega l’inquilino del Viminale, «di una limitata capacità di assorbire l’immigrazione da parte della nostra società, una soglia che non posso superare per non provocare il demone della reazione negativa, che non a caso ha una sua rappresentanza politica. Devo stare attento a non scatenare la tigre». Poche righe dopo, il pensiero di Amato si fa più esplicito: «Ammetto che nella maggioranza c’è chi rivendica la chiusura dei Ctp. Ma confido nell’ampia possibilità di ragionare con questa posizione».

Per comporre il dissenso interno al Governo e alla maggioranza che lo sostiene, il Viminale decide di costituire una commissione di studio, a cui è conferito il compito di elaborare proposte sulle politiche relative ai CPT: della commissione, presieduta dall’ambasciatore ONU Staffan De Mistura, entrano a far parte funzionari ministeriali, ma anche esponenti della società civile e dell’associazionismo. Dopo alcuni mesi di lavoro, la Commissione presenta, il 31 Gennaio 2007, gli esiti della propria ricerca. Vale la pena soffermarvisi, anche perchè si tratta delle informazioni più recenti, tra quelle attualmente disponibili: la Commissione fornisce sia dati stastici sui centri visitati, sia considerazioni critiche sul loro funzionamento.

Cominciamo dai dati statistici. Al momento della rilevazione effettuata dalla Commissione (cioè tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007), esistevano in Italia 14 centri di permanenza temporanea, con una capienza totale di 1.940 posti. Calcolando una rotazione di 60 giorni per ciascun “ospite”, il sistema dei CPT è in grado di accogliere nell’arco di un anno, 11.742 persone, a fronte di una presenza di stranieri irregolari in Italia che la commissione stima attorno alle 300.000 unità: «si crea quindi», spiega il rapporto, «una situazione paradossale, in cui a fronte di un certo numero di irregolari presente sul territorio ed un certo numero di posti disponibili nei CPT è la casualità a determinare i trattenimenti nonché i conseguenti accompagnamenti alla frontiera» [pag. 5].
Nel periodo 2005 – 2006, risultano tradotti nei vari cpt un totale di circa 25 mila stranieri, a circa 22 mila (88%) dei quali è stato convalidato il trattenimento dal giudice entro i termini di legge. Dei trattenuti, oltre 6 mila e 500 (30%) risultano già identificati all’ingresso: «il trattenimento», argomenta la commissione, «si spiega quindi con motivazioni di ordine organizzativo [reperimento del passaporto o del mezzo di trasporto] […] e non identificativo» [pag. 12].
Un dato interessante riguarda le nazionalità presenti nei CPT. I rumeni sono la nazionalità più rappresentata: il 31% dei trattenuti nei centri, quando i rumeni regolarmente soggiornanti in Italia sono il 12% degli stranieri [pag. 15]. Seguono i marocchini (12% di trattenuti nei CPT, contro il 10% delle presenze regolari); a distanza, nigeriani, palestinesi e tunisini (4% di trattenuti per ciascuna nazionalità), quindi i moldavi (2,9%) e gli iracheni (2,8%) [pag. 12]. Quanto ai motivi del trattenimento, la commissione rileva un’alta presenza di ex detenuti (17%), con tre CPT che superano il 45%: Lamezia Terme (58%), Gorizia (49%), Bologna (47%).
La ricerca della Commissione si sofferma anche sull’efficacia dei CPT, cioè sulla reale capacità di rimpatriare gli stranieri trattenuti: «emerge», si legge nel Rapporto De Mistura, «una situazione diversificata da Centro a Centro […]: per i 6 CPTA per i quali è stata possibile un’elaborazione, si passa complessivamente dal 52% di Modena al 73% di Ragusa. Degli altri 7 CPT, 2 non hanno fornito dati e 5 evidenziano incongruità tra parziali e totali». «In sostanza», conclude la commissione, «su ogni 10 trattenuti in media 6 vengono successivamente espulsi con accompagnamento alla frontiera, […] e in molti casi non si dà luogo all’espulsione perché non si riesce a procedere all’identificazione» [pag. 13].

Quanto ai rilievi critici, la commissione De Mistura trova, nei CPT visitati, numerose situazioni improprie, tra le quali il rapporto cita espressamente: la presenza di circa il 30% di cittadini stranieri che risultano già identificati all’atto dell’ingresso nel centro e nei cui confronti «il trattenimento risulta finalizzato al solo conseguimento dei titoli di viaggio [cioè del passaporto, ndr]»; la presenza rilevante di ex-regolari, persone il cui permesso di soggiorno non è stato più rinnovato, e che hanno alle spalle periodi anche molto lunghi (superiori al decennio) di presenza continuativa in Italia; la presenza di numerosi richiedenti asilo «che non avevano adeguato accesso a servizi di orientamento», nonché di donne vittime di tratta, malati e minori stranieri; la presenza cospicua di migranti che «non vengono comunque mai rimpatriati e per i quali il trattenimento risulta del tutto inutile e produce un circolo vizioso» [che vengono cioè liberati in Italia ma, essendo clandestini, finiscono nuovamente nei CPT]; la presenza rilevante di ex detenuti «nei cui confronti sarebbe stato possibile e necessario procedere all’accertamento dell’identità durante il periodo di esecuzione della pena» [pagg. 20-22].

Sulla base di queste considerazioni, la Commissione De Mistura formula alcune proposte finalizzate a “superare” i CPT «attraverso un processo di svuotamento di tutte le categorie di persone per le quali non c’è esigenza di trattenimento». Si tratta in particolare, secondo il rapporto, di escludere dai CPT i cittadini rumeni (entrati nell’Unione Europea e divenuti perciò inespellibili), gli ex-detenuti (che possono essere identificati durante il periodo di detenzione, in modo da evitare la “doppia pena” carcere+centro di permanenza), alcune categorie sociali deboli come i minori, le vittime di tratta o i richiedenti asilo, nonchè le colf e le assistenti familiari [le cosiddette badanti] e gli ex-regolari, per i quali e le quali si deve ipotizzare una vera e propria regolarizzazione. Inoltre, la Commissione propone, per ridurre il ricorso al trattenimento nei CPT, l’istituzione di una forma di rimpatrio concordato e assistito, cioè di un sistema finalizzato a «favorire il rientro in patria dello straniero irregolare in cambio di un sostegno economico per realizzare nel suo paese […] un suo progetto di vita» [pag. 27].

L’insieme di questi provvedimenti, sostiene la Commissione De Mistura, non consente tout court di chiudere i CPT, perchè resterà comunque una “categoria residuale” di immigrati irregolari per i quali sarà necessaria l’identificazione finalizzata al rimpatrio: ma tale categoria sarà, appunto, residuale, numericamente irrisoria e più facilmente gestibile.

Le proposte della Commissione suscitano, nel variegato mondo che negli anni si era opposto all’istituzione dei CPT, reazioni contrastanti. Così, da una parte l’ARCI esprime soddisfazione per aver visto raccolte molte delle sue proposte, l’ASGI (l’associazione di studi giuridici sull’immigrazione) formula un giudizio critico ma sostanzialmente positivo sul lavoro della “De Mistura”, mentre la responsabile immigrazione di Rifondazione Comunista Roberta Fantozzi invita a tradurre i “passi avanti” proposti dalla Commissione in atti normativi di riforma. Sull’altro versante, invece, il portale Melting Pot – uno dei più importanti strumenti di comunicazione e informazione sui fenomeni migratori – lamenta il bizantinismo della formula superamento dei CPT, e contesta la proposta finale della Commissione, che in sostanza – secondo la redazione del sito – propone di mantenere i CPT (sia pure per un numero ristretto di persone).

Dopo la De Mistura: dalla proposta di legge Amato-Ferrero alla restaurazione

Il 24 Aprile 2007, il Governo presenta alla stampa il disegno di legge Amato-Ferrero, che dovrebbe abrogare la Bossi-Fini sostituendola con una nuova normativa in materia di immigrazione [sulla Amato-Ferrero leggi anche: testo del disegno di legge; brochure informativa a cura del Ministero dell’Interno]. Il disegno di legge recepisce gran parte delle proposte della De Mistura, mentre alle Camere risultano depositati due disegni di legge – uno dei Comunisti Italiani e l’altro di Rifondazione Comunista – che perseguono in maniera ancor più decisa l’obiettivo del superamento dei CPT.

Intanto, però, cambia il clima culturale e politico nel paese. L’emergenza-sicurezza, agitata da stampa e televisioni a partire da Maggio 2007, modifica profondamente l’agenda politica di partiti e uomini di governo. La riforma delle politiche dell’immigrazione lascia il posto, man mano che passano i mesi, all’esigenza di misure sempre più repressive. Così, la questione del superamento dei CPT sembra tramontare, ed anzi nel decreto-sicurezza approvato il 1 Novembre 2007 si estende la misura del trattenimento persino ad alcune categorie di cittadini comunitari.

I dati della Relazione sulla criminalità in Italia (2007)

Gli ultimi dati disponibili sul funzionamento dei CPT provengono dalla Relazione sulla Criminalità in Italia, presentata dal Ministero dell’Interno il 20 Giugno 2007. Nella Relazione vengono pubblicati alcuni dati (che riporto nella tabella qui sotto) sul rendimento dei CPT, cioè sulla loro effettiva capacità di allontanare i migranti “indesiderati”. A fronte di un rendimento calante delle espulsioni in generale (dopo l’approvazione della Bossi-Fini la capacità di rimpatriare davvero gli stranieri colpiti da decreto di espulsione è minore di anno in anno), l’efficacia dello strumento specifico dei CPT mostra un andamento oscillante. Mentre ai tempi della legge Turco-Napolitano lo Stato riusciva a rimpatriare circa un terzo dei migranti trattenuti nei “centri”, con l’approvazione della Bossi-Fini gli espulsi salgono alla metà. La punta massima di efficacia viene raggiunta nel 2005, quando circa due terzi degli stranieri transitati nei CPT erano stati espulsi; nel 2006, però, il rendimento dei centri è tornato a scendere, con meno del 60% dei trattenuti allontanati.

Rendimento dei CPT
Fonte: Ministero dell’Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia, 2007
Anni 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006
Transitati nei CPT 9.768 14.993 17.469 13.863 16.465 16.055 12.842
Di cui espulsi 3.134 4.437 6.372 7.021 8.939 11.081 7.350
% espulsi su transitati 32,08% 29,59% 36,47% 50,64% 54,29% 69,01% 57,23%

 

Sergio Bontempelli, Maggio 2008

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