Diritti dei migranti e antirazzismo

Autore: bonte (Page 1 of 16)

Rotte dell’accoglienza. Webinar

Consorzio Consolida – Lecco
L’Arcobaleno Società Cooperativa Sociale Onlus Lecco
Aeris Cooperativa Sociale Vimercate
La Grande Casa Cooperativa Sociale Sesto San Giovanni
In collaborazione con Comunità Montana Valsassina Valvarrone Val d’Esino e Riviera e Sistema di Accoglienza e Integrazione

Rotte dell’Accoglienza

Webinar – 15 Maggio 2024 Continue reading

Dovremmo dire “Grazie, immigrati!”

Articolo pubblicato su Left, mensile, n. 5, 2024, pagg. 12-15. Leggi versione parziale sul sito di Left, oppure acquista testo integrale

Come facciamo ad accogliere i migranti che varcano le frontiere del Belpaese, se la crisi economica impedisce di aiutare tanti cittadini italiani in difficoltà? Non sarebbe più giusto pensare ai «nostri» poveri, prima di occuparci dei poveri di altri Paesi che bussano alle nostre porte? Sono (anche) questi dubbi di senso comune ad alimentare la diffidenza nei confronti di politiche migratorie inclusive.

La metafora più usata (e abusata) è quella del dessert: se abbiamo una sola torta e la dobbiamo condividere, poniamo, con cinque o sei persone, ciascun commensale avrà una fetta sostanziosa e abbondante; ma se arrivano altri quindici o venti ospiti la torta andrà divisa in porzioni sempre più piccole, e gli invitati dovranno accontentarsi di un semplice assaggio.

Questo ragionamento apparentemente di buon senso si scontra però con i dati di fatto. Già, perché gli studi più recenti ci dicono che gli stranieri non sottraggono affatto beni e servizi agli italiani, ma al contrario portano nuove risorse all’economia del nostro Paese. Per restare alla metafora del dessert, i quindici o venti ospiti che arrivano alla festa non si presentano a mani vuote, ma portano altre torte da dividere con tutti gli invitati.

I dati

La disciplina che si occupa di valutare il contributo dei migranti alla ricchezza dei Paesi di accoglienza si chiama «economia dell’immigrazione», ed è un campo di studi in piena fioritura. In Italia, una delle ricerche più recenti sul tema è stata pubblicata dal Dossier statistico dell’Idos alla fine del 2023 (su dati del 2021). Sommando le varie tasse pagate dagli stranieri residenti in Italia (Irpef, contributi previdenziali, Iva, imposta sui permessi di soggiorno e così via), i ricercatori hanno scoperto che gli immigrati versano all’erario la bellezza di 34,7 miliardi l’anno. Lo Stato, d’altra parte, eroga agli immigrati varie tipologie di servizi (assistenza sanitaria, pensioni, istruzione per i minori, aiuti sociali ecc.) per un valore complessivo di 28,2 miliardi. Non è difficile tirare le somme: calcolatrice alla mano, questi dati dimostrano che l’immigrazione incrementa la ricchezza nazionale per un valore di 6,5 miliardi l’anno, che è la differenza tra quanto gli stranieri pagano e quanto ricevono.

Per tornare alla nostra metafora: se i cittadini italiani fossero 35 commensali con 10 torte in tutto, i migranti corrisponderebbero ad altri tre invitati, che arriverebbero alla festa portando un’altra piccola torta da dividere con tutti…. prosegui la lettura acquistando il numero integrale della rivista sul sito di Left

Sergio Bontempelli, Dovremmo dire: grazie, immigrati!, in «Left», mensile diretto da Simona Maggiorelli, n. 5, 2024, pagg. 12-15. FILE PROTETTO DA PASSWORD

 

L’accoglienza, quella vera. Seminario di Giuseppe Faso e Sergio Bontempelli

Gruppo di lavoro “Straniamenti”

settimo incontro, condotto da Sergio Bontempelli e Giuseppe Faso:

L’accoglienza, quella vera

“Siamo dovuti partire dalle basi: dall’utilizzo di forchette e coltelli, alle regole della raccolta differenziata, dall’educazione ad indossare magliette e scarpe alle regole per lavarsi e utilizzare servizi igienici e docce”. Così il comunicato stampa di un consorzio che è arrivato a ospitare oltre 600 richiedenti asilo, prevalentemente in Toscana; e il cui presidente, ma solo anni dopo, è stato condannato a 7 e 4 anni per vari reati. Non ancora in terzo grado, e perciò innocente. Ma sicuramente responsabile di quel comunicato. Continue reading

I manganelli agli studenti e le fake news sull’antisemitismo

Articolo originariamente in «Sinistra Sindacale», periodico dell’area Cgil «Lavoro Società», n. 6, Anno 2024, pagg. 4-5. Leggi l’articolo sul sito di Sinistra Sindacale, l’estratto del periodico in Pdf, oppure l’intero numero 6/2024

 

Molto si è detto e scritto sui fatti accaduti il 23 febbraio scorso a Pisa, quando un corteo di studenti è stato brutalmente aggredito senza apparenti motivi dalle forze dell’ordine. Le immagini di giovani e giovanissimi – alcuni anche minorenni – manganellati dagli uomini in divisa, o addirittura scagliati a terra e immobilizzati come se fossero pericolosi criminali, hanno fatto il giro del mondo, suscitando un moto di indignazione collettiva.

Sulla vicenda, come noto, è intervenuto persino il Presidente della Repubblica, che è stato costretto a ricordare al ministro dell’Interno quel che dovrebbe essere ovvio per qualsiasi rappresentante delle istituzioni: e cioè che “l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare”.

Sul tema, dicevo, si è già scritto molto, e sarebbe inutile aggiungere ulteriori commenti ai tantissimi già pubblicati su giornali, blog, siti di news e pagine social. Mi limito qui a soffermarmi su un punto relativamente marginale ai fini della ricostruzione dell’intera vicenda, ma gravido di conseguenze per il nostro dibattito pubblico: mi riferisco alla falsa notizia secondo cui le forze dell’ordine avrebbero manganellato gli studenti per impedire loro di raggiungere “obiettivi sensibili”, in particolare i luoghi di culto ebraici della città.

Il primo a diffondere questa bufala è stato il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, che proprio nella serata del 23 Febbraio ha scritto su X (l’ex Twitter): “Tentare di marciare sulla sinagoga di Pisa o tentare di assaltare il consolato Usa a Firenze non sono diritti, ma gesti violenti”. Nelle stesse ore il vicepresidente del Consiglio e leader di Forza Italia Antonio Tajani, in una nota diramata alla stampa, ha affermato che quella degli studenti “era una manifestazione non autorizzata [sic], c’erano persone con il volto coperto e lì vicino ci sono la sinagoga e il cimitero israelitico, che sono luoghi protetti e a rischio”.

Poi, come succede spesso alle fake news, la storiella degli studenti che volevano assaltare la sinagoga ha cominciato a prendere vita propria: si è diffusa sui social, è stata ripetuta da commentatori e giornalisti televisivi, ed è stata oggetto di preoccupate rampogne di improbabili “educatori”. Memorabile, in proposito, è stata la filippica di Mariolina Sattanino nella puntata di “Che Sarà” del 24 Febbraio, su Raitre: “Bisogna anche spiegare a questi ragazzi che non ci si può avvicinare al consolato americano [a Firenze] (…), e soprattutto che non si può puntare alle sinagoghe, perché questo no, proprio no…”.

L’accusa di voler “marciare sulla sinagoga” è smentita però, in primo luogo, da una banale considerazione geografico-topografica: se Giovanni Donzelli, Antonio Tajani o Mariolina Sattanino avessero avuto la pazienza e la bontà di consultare una mappa di Pisa, si sarebbero accorti che la via San Frediano – quella dove sono avvenuti gli “scontri” – è considerevolmente lontana dal Tempio Ebraico. Per di più, per arrivare alla sinagoga gli studenti avrebbero dovuto oltrepassare l’asse Borgo Stretto-Borgo Largo – una delle strade che tagliano in due il centro storico – che era facilmente presidiabile dalle forze dell’ordine.

In altre parole, invece di impedire l’accesso alla Piazza dei Cavalieri, la Questura avrebbe potuto più utilmente schierare un piccolo cordone nei pochi e strettissimi punti di accesso ai due Borghi: con una manciata di agenti il problema si sarebbe risolto, senza manganellate e senza inutili polemiche…

Ma, al di là della geografia urbana di Pisa, ciò che preoccupa è l’immaginario che sta dietro alla fake news della sinagoga. Dovrebbe essere abbastanza ovvio che, di per sé, invocare il cessate il fuoco a Gaza e chiedere la fine dei massacri indiscriminati di civili palestinesi non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo: e questo per la banale ragione – ma è persino imbarazzante dover ribadire una cosa così ovvia – che un conto sono le scelte del governo Netanyahu, un altro conto è il popolo israeliano, e un altro conto ancora sono gli ebrei che vivono in Italia o in altri Paesi. È fin troppo evidente che la responsabilità di quel che sta accadendo a Gaza ricade interamente ed esclusivamente sul governo Netanyahu.

Intendiamoci: l’antisemitismo è stato per decenni un tratto distintivo della cultura europea, continua ancor oggi a permeare il nostro immaginario collettivo, ed è purtroppo vero che ne sono state trovate tracce – per fortuna sporadiche – anche nelle pagine social di alcuni manifestanti pro-Palestina. Si tratta ovviamente di segnali da non sottovalutare, ma resta il fatto che i cortei di questi mesi per il cessate il fuoco a Gaza – in Italia e fuori d’Italia – hanno avuto tutt’altro segno, e sarebbe difficile negarlo.

Attribuire intenzioni antisemite agli studenti che manifestavano a Pisa non è però solo falso e disonesto: è anche paradossale, visto che l’accusa proviene soprattutto da esponenti di Fratelli d’Italia, una forza politica che è sempre stata perlomeno ambigua nei suoi rapporti con il passato fascista (e antisemita) dell’Italia. E allora sarà opportuno ricordare che appena due anni fa il presidente del Senato Ignazio La Russa, membro di quel partito, si è rifiutato di togliere la foto di Benito Mussolini (promotore delle leggi razziali antiebraiche) da Palazzo Piacentini, sede del ministero dello Sviluppo economico. Così come sarà opportuno ricordare che nel 2017 – quando era ancora all’opposizione – l’attuale premier Giorgia Meloni pubblicò un post contro il magnate della finanza di origini ebraiche George Soros, accusandolo di essere “un usuraio”, con un linguaggio e una retorica tipici dell’antisemitismo storico.

Peraltro proprio l’immagine di Soros diffusa dalla propaganda “sovranista” dovrebbe farci riflettere sulla persistenza delle mitologie antisemite nella destra italiana ed europea. Soros infatti non è soltanto il bersaglio di critiche – di per sé legittime – al suo operato e alle sue scelte politiche, ma è al centro di una vera e propria ossessione paranoica: a lui si fanno risalire improbabili complotti finalizzati alla “sostituzione etnica” e alla costruzione di un nuovo ordine mondiale. Nell’immaginario di molti sovranisti, il miliardario ungherese è una sorta di “burattinaio” che muove i fili dei flussi migratori nel Mediterraneo, dei movimenti di protesta afroamericani negli Stati Uniti o delle mobilitazioni democratiche in Ungheria e nell’est Europa.

Questa idea di una cospirazione occulta manovrata da un grande finanziere (ebreo) ci riporta direttamente alle teorie del complotto dei movimenti antisemiti di inizio Novecento: si pensi alla leggenda dei “Savi Anziani di Sion”. Certo, i complottisti di oggi fanno fatica a pronunciare la parola “ebreo”, e si rifugiano nella più comoda metafora dell’“usuraio”: nondimeno, tutta la propaganda anti-Soros, in Italia e in Europa, lascia trasparire la persistenza di un immaginario antisemita ancora saldamente radicato nella cultura delle destre.

Negli ultimi anni partiti dichiaratamente reazionari, eredi di organizzazioni fasciste o neofasciste e spesso promotori di virulente campagne d’odio contro i migranti o contro le persone Lgbtq, hanno potuto “ripulire” la loro immagine pubblica appoggiando le politiche della destra israeliana. Un viaggio simbolico allo Yad Vashem o una frase di circostanza sulla Shoah sono stati l’unico e modesto prezzo da pagare per potersi ergere a nemici giurati dell’antisemitismo (e più in generale del razzismo), a dispetto di un passato imbarazzante mai del tutto archiviato, e di un presente caratterizzato da posizioni negazioniste più o meno esplicite. È un fenomeno accaduto non solo in Italia, ma in tutta Europa.

Una riflessione seria sull’antisemitismo, sulle sue metamorfosi, sulla sua persistenza nel mondo di oggi, dovrebbe forse partire da qui: non certo dagli studenti di Pisa e dal loro fantomatico attacco alla sinagoga.

Migranti, la vergogna del Centro di Via Corelli

Originariamente pubblicato in «La Città Invisibile», periodico online a cura di «perUnaltracittà, laboratorio politico di Firenze», n. 207, 21 Dicembre 2023

Abbiamo già parlato, in questo stesso giornale, dei Centri per il Rimpatrio o Cpr, dove vengono trattenuti i migranti irregolari in attesa di espulsione. E ci siamo soffermati a lungo sulla natura «problematica» (per usare un tenue eufemismo) di questi «centri»: che sono a tutti gli effetti luoghi di detenzione, in cui però vengono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato. Strutture opache, estranee al normale circuito penitenziario e – soprattutto – contrarie ai principi più elementari di uno stato di diritto, i Cpr non possono che produrre abusi e violazioni sistematiche della dignità umana.

Ne è arrivata una conferma – l’ennesima – proprio in questi giorni, quando si è appreso che la Procura di Milano ha ordinato il sequestro del ramo d’azienda della Martinina Srl, la società che gestisce il Cpr di via Corelli, nel capoluogo lombardo. L’inchiesta, condotta dai procuratori Paolo Storari e Giovanna Cavalleri, ha fatto emergere gravi irregolarità nella gestione del centro, nell’erogazione del cibo e nel trattamento dei cittadini stranieri detenuti. L’intervento della magistratura, però, non sarebbe stato possibile senza il lavoro certosino di ricerca, documentazione e denuncia svolto nei mesi precedenti da alcune associazioni e realtà antirazziste, in particolare dal Naga, dall’Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e dalla Rete No Cpr. Sarà bene dunque riavvolgere il nastro e raccontare tutta questa storia dall’inizio.

Le inchieste delle associazioni e del Garante

Le condizioni indegne in cui versa la struttura di Via Corelli sono note ormai da diversi anni. Nel 2021, per esempio, la magistratura milanese era intervenuta – su ricorso presentato dai legali dell’Asgi – per vietare all’ente gestore il sequestro dei telefoni cellulari dei detenuti (una prassi contraria alla legge, ma abituale in quasi tutti i Cpr): con una ordinanza del 15 Marzo, i giudici avevano ribadito che gli stranieri «ospiti» non dovevano essere privati della libertà di comunicare con l’esterno. L’anno dopo, l’Asgi aveva pubblicato un lungo rapporto sulle condizioni del Centro, evidenziando gravi criticità: assistenza sanitaria insufficiente, visite mediche superficiali, mancato ricambio della biancheria e degli abiti, assenza di un servizio di mediazione linguistica.

Sollecitato da queste denunce, il «Garante dei diritti delle persone private della libertà personale» – l’autorità di vigilanza sulle carceri, istituita dalla legge 146 del 2013 – ha effettuato nel Febbraio 2023 una visita ispettiva nella struttura di Via Corelli. Nel rapporto pubblicato al termine della visita, il Garante ha segnalato problemi analoghi a quelli già evidenziati dall’Asgi: i detenuti erano costretti a dormire su materassi di gommapiuma usati e sporchi, i bagni erano privi di porte, l’assistenza sanitaria gravemente insufficiente. Nell’Ottobre di quest’anno è uscito poi il secondo rapporto dell’Asgi che, sulla base delle carenze già riscontrate dal Garante, chiedeva alla Prefettura di sanzionare l’ente gestore, revocando l’aggiudicazione dell’appalto per gravi violazioni degli obblighi contrattuali.

Dal «buco della serratura». Il rapporto del Naga

Ma l’attività di monitoraggio più ampia e dettagliata è stata promossa dal Naga, storica associazione milanese impegnata nella tutela dei diritti dei migranti. Dopo aver raccolto dati, testimonianze, cartelle cliniche e documenti di ogni tipo, e dopo aver effettuato diversi sopralluoghi nel Centro di Via Corelli – al termine, dunque, di una intensa «osservazione dal buco della serratura», come dicono gli attivisti dell’associazione – il Naga ha prodotto un dossier di più di duecento pagine, da cui emergono situazioni ancor più gravi rispetto a quelle constatate dal Garante.

Il punto forse più critico riguarda l’assistenza sanitaria e la tutela della salute delle persone trattenute. Il rapporto dimostra che le visite mediche preliminari – quelle che in teoria dovrebbero accertare l’idoneità al trattenimento – sono svolte in modo sommario, quasi sempre in presenza di poliziotti in divisa, e con semplici colloqui (cioè senza strumenti diagnostici né analisi di approfondimento). Le cose vanno ancor peggio nella seconda visita, quella immediatamente successiva all’ingresso nella struttura: «i neo arrivati», si legge nel Report del Naga, «vengono obbligati a fare flessioni per espellere eventuali oggetti nascosti nell’ano. Un trattamento umiliante dalla dubbia utilità pratica, stigmatizzato in infinite occasioni dai tribunali (…). Una volta spogliati della loro umanità, ai trattenuti viene assegnato un numero identificativo: il numero con il quale saranno chiamati, da allora, fino al giorno in cui usciranno di là, segnati per sempre. Senza voler scadere nella retorica o in scomodi collegamenti con il passato, evidentemente non così passato, lasciamo a chi legge ogni considerazione al riguardo».

Nel centro si fa un uso improprio degli psicofarmaci, che vengono somministrati in modo indiscriminato per evitare proteste e rivolte: gli «ospiti» vivono in uno stato di continua sedazione, che li spinge a dormire tutta la giornata.

I «moduli abitativi» – cioè le stanze dove dormono i detenuti – sono allestiti in modo da non garantire in alcun modo la privacy delle persone accolte. Gli ambienti sono gelidi in inverno e roventi in estate, le lenzuola sono di carta, spesso manca l’acqua calda nei bagni, e gli stranieri non dispongono di ricambi del vestiario. Il cibo arriva maleodorante e già scaduto, spesso i piatti sono pieni di vermi, e i migranti sono costretti a mangiare seduti su sedie di metallo inchiodate a terra.

Le cose non vanno meglio nelle aree comuni, quelle destinate alla socialità: «All’interno del CPR, il nulla totale», si legge ancora nel report. «Nessuna attività ricreativa, per quanto queste possano alleviare l’obbrobrio umano e giuridico di questo luogo: nessun libro da leggere, solo una Tv dietro una gabbia, posta in alto in un angolo della sala mensa (…). È vietato tenere penne e carta: le prime possono essere ingerite e la seconda adoperata per appiccare incendi. Questa è la giustificazione del gestore (…). Le attività ricreative, da capitolato, dovrebbero essere organizzate all’interno del CPR. Dovrebbe esserci una lista delle attività settimanali, esposta e accessibile. Così non è, malgrado l’Ente Gestore abbia vinto il bando anche grazie all’offerta di fantomatiche attività sportive e ricreative».

I rimpatri sono effettuati senza preavviso, spesso con abusi e violenze fisiche. «Arrivano di notte, i poliziotti, a immobilizzare il trattenuto con la forza, spesso mentre dorme. Oppure usano l’inganno. Mentono dicendo al trattenuto che deve andare in infermeria per una qualche terapia, e quando esce dalla cella di sua volontà gli si avventano addosso e lo infilano con la forza in qualche camionetta blindata, diretto in aeroporto, puntualmente legato (in violazione delle raccomandazioni del Garante Nazionale e delle convenzioni internazionali) (…). Le notizie che trapelano dal Cpr di Milano parlano anche di super iniezioni di valium applicate a trattenuti agitati, in fase di rimpatrio o durante il trasferimento in altri Cpr».

Dai mancati controlli della Prefettura all’inchiesta giudiziaria

Di fronte ad accuse così dettagliate e circostanziate la Prefettura, in quanto stazione appaltante responsabile del Centro, avrebbe dovuto intervenire. Dalle carte risulta in effetti che i funzionari prefettizi erano ben consapevoli di quanto stava accadendo, tanto che avevano inflitto una maxi-multa alla Martinina Srl, l’ente gestore del Cpr di Via Corelli. Tuttavia, il 13 Novembre scorso – proprio mentre irrogava la sanzione per gravi inadempimenti contrattuali – la Prefettura disponeva il rinnovo del contratto alla stessa Martinina per tutto l’anno 2024: una scelta irresponsabile e incomprensibile.

Agli inizi di Dicembre, come si accennava, è partita l’inchiesta giudiziaria coordinata dai Pm milanesi Paolo Storari e Giovanna Cavalleri. E dalle carte della Procura sono spuntate nuove rivelazioni. Una ex operatrice della Martinina srl, per esempio, ha raccontato numerosi abusi nella gestione quotidiana del centro: «Ricordo una volta che, poiché erano avanzate delle vaschette di pasta, erano state offerte a noi dipendenti. A me sembrava pasta con il gorgonzola, in quanto aveva un odore rancido, poi mi sono accorta invece che era pasta con le zucchine andata a male. Ho cercato di evitare che venisse mangiata dai trattenuti, ma non sono arrivata in tempo, 40 persone hanno avuto un’intossicazione alimentare. Quasi tutti i giorni il cibo era scaduto o avariato» (citato in Il Manifesto, 15 Dicembre 2023).

Via Corelli, dove tutto è cominciato

Di fronte a fatti così gravi, è difficile non ricordare che quello di Via Corelli è stato uno dei primi «Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza» (così si chiamavano in origine i Cpr) allestiti sul suolo italiano: venne aperto nel lontano 1999, subito dopo l’approvazione della legge Turco-Napolitano, e fu sin dall’inizio oggetto di inchieste giornalistiche e di denunce della società civile.

Il 19 Gennaio 2000 Fabrizio Gatti, un giornalista che all’epoca lavorava per il Corriere della Sera, pubblicò un ampio reportage sulle condizioni inumane in cui erano trattenuti i migranti in Via Corelli. Gatti si era fatto passare per cittadino rumeno (all’epoca la Romania non faceva ancora parte della Ue, e i rumeni erano ancora «extracomunitari» passibili di espulsione), e si era fatto internare proprio nel centro di detenzione del capoluogo lombardo.

L’inchiesta di Gatti risale a venti anni fa, ma molte cose sono simili a quelle di oggi: «I pasti, precotti, sono serviti in contenitori di plastica scaldati in un forno elettrico. La puzza di urina è come uno schiaffo. Colpa di chi ha progettato i container: la latrina è talmente piccola che per chiudere la porta bisogna mettere i piedi dentro la turca. Quando si esce, le suole distribuiscono sul pavimento il liquame raccolto. Anche perché questi container li hanno sì presi dalle zone terremotate: ma da quelle dell’Irpinia, 20 anni fa, come indicano le etichette sopra gli ingressi (…). Si passeggia su e giù come i leoni nello zoo. La grande gabbia è lunga 135 passi e larga 70 (…). Due dei tre telefoni a scheda non funzionano. Il distributore di schede telefoniche è fuori servizio e anche quello delle monete»

In venti anni, la realtà di Via Corelli è diventata sempre più inumana, sempre più degradante, sempre più costosa per l’erario e per i contribuenti. In venti anni le cose sono solo peggiorate, sia con i governi di centro-sinistra che con quelli di centro-destra. Dal nostro punto di vista, è l’ennesima dimostrazione di come i Cpr non si possano riformare, migliorare o «umanizzare». La soluzione migliore – per i migranti, e per la tenuta della nostra democrazia – è una sola: chiuderli. Tutti.

Sergio Bontempelli

Diritto alla vita e diritto d’asilo: garanzie legali e strumenti operativi

Il Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, in collaborazione con il Centro Servizi Volontariato Toscana (CESVOT), organizza un seminario gratuito di formazione sulle recenti modifiche del quadro normativo italiano in materia di immigrazione e asilo. L’evento formativo, intitolato “Diritto alla vita e diritto d’asilo: garanzie legali e strumenti operativi”, si svolgerà venerdì 24 novembre 2023, dalle ore 15.30 alle ore 19, in Aula P2 del Polo Didattico “Piagge” dell’Università di Pisa, via G. Matteotti 11. Continue reading

Governo Meloni e immigrazione, un anno di (contro)riforme

Articolo originariamente pubblicato sul blog  “Delegati e lavoratori indipendenti Pisa”

Ripubblicato sul sito della rivista “L’Interferenza”

Il governo presieduto da Giorgia Meloni si è distinto per il suo particolare “attivismo” nel campo dell’immigrazione: in poco più di un anno abbiamo assistito a una vera e propria “pioggia” di provvedimenti, tutti caratterizzati da una visione repressiva e securitaria.

Alle origini di questa frenetica quanto disordinata attività normativa vi è il cosiddetto “decreto Cutro” (decreto n. 20/2023), emanato all’indomani del naufragio nel quale hanno perso la vita, al largo delle coste calabresi, 94 persone (di cui 35 minori). Con il pretesto di contrastare i cosiddetti “scafisti”, il decreto ha imposto una stretta al diritto di asilo. In particolare, è stata sostanzialmente abrogata la cosiddetta “protezione speciale”, cioè il permesso di soggiorno rilasciato a coloro che, pur non avendo i requisiti per ottenere il vero e proprio status di rifugiato, dovrebbero comunque essere accolti in Italia per «motivi umanitari».

Si è così consolidata una visione restrittiva dell’asilo – per la verità condivisa per molti aspetti anche dai precedenti governi di centro-sinistra – secondo cui la protezione va garantita solo in casi di gravi ed esplicite persecuzioni: un’idea molto lontana dal dettato costituzionale, che imporrebbe invece di accogliere qualunque straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana» (art. 10 Cost.).

Il decreto Cutro ha poi trasformato in profondità il sistema di accoglienza. In particolare, ha proibito l’accesso dei richiedenti asilo alle strutture della cosiddetta «rete Sai», cioè all’insieme dei centri residenziali per rifugiati gestiti dai Comuni. Con le nuove regole, coloro che sono ancora in attesa di una decisione sulla loro domanda di asilo possono entrare solo nei Cas, i centri emergenziali gestiti dalle Prefetture (che offrono sistemazioni precarie, e che non sono attrezzati per assistere gli stranieri nei percorsi di inserimento lavorativo e sociale). Così, con l’aumento degli sbarchi verificatosi in Estate, si è creato il paradosso di strutture Cas piene fino all’inverosimile, e di centri Sai dove invece erano ancora disponibili dei posti: posti che però non potevano essere occupati dai migranti appena arrivati nel nostro Paese…

Il decreto Cutro, peraltro, ha previsto una ulteriore precarizzazione dell’accoglienza: la norma ha cancellato infatti alcuni servizi essenziali (corsi di italiano, orientamento legale, assistenza psicologica) in precedenza forniti nei Cas, e ha introdotto nuovi centri di carattere «emergenziale», diversi dai Sai e dai Cas, da allestire con procedure accellerate in deroga al Codice degli Appalti. Non è ben chiaro come funzioneranno questi nuovi centri, ma tutto lascia pensare che si tratterà di tendopoli e tenso-strutture collocate ai margini delle aree urbane: una ulteriore ghettizzazione dei migranti, che già oggi sono sistemati troppo spesso in strutture fatiscenti e isolate.

Pochi mesi dopo, nel Giugno 2023, il governo Meloni ha siglato un Memorandum di Intesa con la Tunisia per il «contrasto all’immigrazione irregolare». Sulla falsariga di analoghi accordi stipulati dai governi precedenti (in particolare con la Libia), il Memorandum prevede un contributo finanziario di 150 milioni di euro da erogare al Paese nordafricano per il potenziamento della sua guardia costiera, incaricata di impedire le partenze. L’iniziativa rafforza un regime – quello del Presidente Kais Saied – che ha incarcerato oppositori politici e dissidenti, che ha colpito l’autonomia della magistratura, e che è responsabile di gravissime violenze contro i migranti subsahariani.

Di fronte al (prevedibile) aumento degli sbarchi, e alla conclamata inefficacia delle norme adottate per fermarli, il Governo ha alzato ulteriormente la posta. Con un ennesimo decreto legge, emanato il 19 Settembre (n. 124/2023), è stato previsto il prolungamento fino a 18 mesi dei tempi di detenzione nei Cpr (centri per il rimpatrio): una misura crudele e per di più del tutto inutile, perché è noto ormai che la possibilità di rimpatriare un migrante irregolare non dipende dai tempi di trattenimento. Del resto, l’estensione a 18 mesi del periodo massimo di detenzione era già stata introdotta dai Governi Berlusconi, e non aveva prodotto alcun risultato in termini di rimpatri. Lo stesso decreto del 19 Settembre ha poi previsto un piano straordinario per la costruzione di nuovi Cpr, e ha affidato al Genio militare (!!) e a Difesa Servizi S.p.A. il compito di dare attuazione a tale piano. L’idea è quella di moltiplicare i centri per il rimpatrio, costruendone almeno uno in ogni Regione.

Negli stessi giorni (il 14 Settembre), il Governo ha emanato poi un altro provvedimento, attuativo del “decreto Cutro”. La norma stabilisce che i richiedenti asilo appena arrivati alla frontiera potranno evitare il trattenimento nei Cpr se presenteranno una garanzia finanziaria di 5mila euro. Tale garanzia finanziaria dovrà essere pagata in un’unica soluzione, mediante fideiussione bancaria, e non potrà essere versata da terze persone (ad esempio dai familiari dei migranti). Si tratta di un provvedimento che sta a metà strada tra il sadico e il grottesco: non si capisce bene come uno straniero che ha appena affrontato il lungo viaggio nel Mediterraneo, privo di risorse e di mezzi, possa disporre di 5mila euro; né risulta che nei centri di accoglienza alle frontiere vi siano sportelli bancari dove effettuare una fideiussione. Qualcuno, tra il serio e il faceto, ha fatto notare tra l’altro che sono proprio i trafficanti – soprattutto in Libia – a estorcere denaro ai richiedenti asilo: e un governo che si comporta come un trafficante di esseri umani non è un bello spettacolo da vedere…

Passa meno di un mese e l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni riparte alla carica. Con un ulteriore decreto legge (decreto 5 ottobre 2023, n. 133), si interviene stavolta sui cosiddetti “minori stranieri non accompagnati”, cioè sui ragazzi minorenni (quasi tutti nella fascia di età 16-18 anni) che viaggiano senza genitori. Il nuovo decreto prevede che, in caso di eccezionali afflussi di migranti sul territorio nazionale, l’età dei minori appena sbarcati possa essere stabilita mediante rilievi antropometrici o radiografici. Tali rilievi sono notoriamente inefficaci: nel 2017, una commissione di inchiesta parlamentare aveva appurato che gli esami medici possono avere un notevole margine di errore, fino a 2 anni. L’obiettivo del governo sembra essere quello di “trasformare” con un colpo di bacchetta magica molti ragazzi minorenni (che secondo le convenzioni internazionali hanno diritto a un trattamento particolare) in altrettanti migranti adulti, da allontanare più agevolmente.

Nel frattempo i giudici del Tribunale di Catania, in alcune loro recenti decisioni, hanno rifiutato di convalidare il trattenimento dei richiedenti asilo e ne hanno disposto l’immediato rilascio: ciò perché le disposizioni del decreto Cutro, e quelle relative alla “garanzia finanziaria”, sono in evidente contrasto con le norme europee. Di fronte alle prevedibili polemiche – il Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha sbrigativamente etichettato le decisioni dei giudici come “sentenze politiche” – persino un magistrato non particolarmente “amico dei migranti” come Piercamillo Davigo ha spiegato che le norme italiane in contrasto con il diritto Ue non devono essere applicate: «può piacere o può non piacere», ha detto in un’intervista a La7, «ma non è stato il giudice a firmare il Trattato istitutivo dell’Unione Europea».

L’ultimo atto di questa «ipertrofia normativa» è l’accordo tra Italia e Albania per il contrasto all’immigrazione irregolare. Il Protocollo di Intesa firmato da Giorgia Meloni e dal presidente albanese Edi Rama prevede la costruzione, nel Paese delle Aquile, di due strutture di trattenimento – una presso il porto di Shengjin, vicino Tirana, e l’altra nel villaggio di Gjader, nell’entroterra – dove verranno portati i migranti sbarcati in Italia. I due centri saranno interamente gestiti dalle autorità italiane, e serviranno per identificare i migranti, per espletare le pratiche di asilo e per rimpatriare tutti coloro che non saranno ritenuti meritevoli di protezione.

La decisione di «esternalizzare» le procedure di asilo e di rimpatrio è particolarmente grave, e pone numerosi problemi. Secondo la legge italiana, infatti, il trattenimento dei migranti deve essere sempre autorizzato da un giudice: in che modo questo potrà avvenire nel territorio di un altro Paese? In che modo potrà essere garantito il diritto alla difesa? Come potranno i migranti far valere il loro diritto di asilo, se si troveranno fuori dal territorio italiano? Come potranno chiamare un avvocato, o rivolgersi a un’associazione di tutela?

Per il governo Meloni, evidentemente, i diritti sono solo un impiccio. Di cui liberarsi in ogni modo.

Sergio Bontempelli

 

« Older posts

© 2024 Sergio Bontempelli

Theme by Anders NorenUp ↑